In piazza a Gorizia i gestori dei locali: «Non siamo untori. Fateci lavorare»

Rabbia e preoccupazione nelle parole e negli occhi dei 150 Fra gli slogan sui cartelloni: “Tu ci chiudi, tu ci paghi”

GORIZIA.Frustrazione, rabbia, preoccupazione, esasperazione. Si leggevano tutti questi sentimenti nelle parole e negli occhi degli esercenti che ieri sera in piazza Vittoria a Gorizia hanno dato vita ad una manifestazione contro le chiusure anticipate dei locali determinate dall’ultimo decreto del Governo. Non è stata una protesta particolarmente ordinata e coordinata e le presenze (circa 150 persone) forse non tanto numerose come ci si poteva attendere.

Ma questo non ha reso meno chiaro il messaggio che si è levato ai piedi della Prefettura da parte delle categorie economiche che più si sentono penalizzate in questa fase della pandemia. Un messaggio veicolato anche dai cartelli comparsi attorno ad un tavolino imbandito con bicchieri, bottiglie e boccali di birra, a simboleggiare un locale ancora aperto nella piazza dove tutti gli altri, quelli veri, erano ovviamente ormai chiusi essendo passate le 18: “Chiediamo lavoro, non elemosina”, recitava uno, “Tu ci chiudi, tu ci paghi”, diceva un altro.

La protesta degli esercenti a Gorizia: "Fateci lavorare"

Il clima nella piazza è stato però per certi versi surreale, anche perché ai manifestanti si mischiavano ora giovani e giovanissimi con le maschere di Halloween, ora ragazzini in bicicletta, ora persone con qualche bicchiere di alcol di troppo in corpo, bottiglie in mano e talvolta anche la mascherina abbassata. Cosa che, unita a parole fuori posto, ha generato qualche piccolo attimo di tensione. Ma non c’è stato alcuno scontro e alcun incidente, tutto si è svolto in ordine e solo un paio di petardi e il rosso acceso di un fumogeno hanno movimentato la manifestazione. Assente nei gesti, era ben presente nel tono degli interventi invece la rabbia di tanti.

E non a caso più volte, specie durante i discorsi dei rappresentanti di politica e istituzioni (c’erano il sindaco Rodolfo Ziberna e buona parte della giunta, e tra gli altri pure il deputato forzista Guido Germano Pettarin e l’onorevole Daniele Moschioni, sindaco di Corno di Rosazzo) dalla piazza si è levato qualche insulto all’indirizzo di chi parlava e del premier Conte soprattutto. «Siamo qui per dire una volta di più quanto siamo stati pesantemente penalizzati – ha detto Francesca Piva, titolare di una gastronomia in centro città, che ha coordinato gli interventi al microfono –. Dopo il lockdown ci siamo impegnati e abbiamo investito tantissimo per rispettare nel dettaglio tutte le regole. Ma a che pro? Ora ci dicono che non siamo indispensabili».

«Conosciamo la vostra preoccupazione, e noi stessi siamo preoccupati per voi, per il tessuto economico della città», ha detto l’assessore comunale goriziano alle Attività produttive Roberto Sartori, mentre il consigliere comunale di maggioranza Alessio Zorzenon, intervenuto però nelle sue vesti di titolare del pub Tobacco Inn, ha aggiunto: «Ci hanno sempre dato degli evasori, ora ci dicono anche che siamo untori, mentre noi per primi lavorando con la gente abbiamo a cuore la salute dei nostri clienti. Nessuno di noi nega l’emergenza sanitaria, vogliamo lavorare nel rispetto delle regole».

Stessi concetti ribaditi anche dall’applaudito intervento di Desmond Cache, proprietario del “Cafè La Chance”: «Vedo tristezza negli occhi di tanti miei colleghi – ha detto –. Non siamo assolutamente negazionisti, il virus c’è, ma sta venendo a mancare uno dei quattro pilastri della società, l’economia. Io ho tre contratti in scadenza domani: lunedì mattina cosa dovrei fare con questi dipendenti? Troviamo un compromesso – ha concluso –, si permetta ai locali di lavorare almeno fino alle 22».

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