Slovenia, oltre 2600 casi in 24 ore. Positivo più del 35% dei tamponi

Tamponi a un drive-in in Slovenia: mercoledì 28 ottobre il numero di nuovi casi ha superato le previsioni già fosche fatte dalle autorità

Gli esperti: crisi sanitaria come nei film. Terme pronte a ospitare pazienti. Record di morti in Croazia

LUBIANA Ancora record di nuove infezioni, percentuali altissime di positivi rispetto ai tamponi effettuati, gli ospedali in grave affanno. E il Paese che si avvia verso un inevitabile prolungamento delle misure restrittive già in vigore, anche se un lockdown con tutti i crismi è al momento escluso. È questo il quadro sul fronte Covid nella vicina Slovenia, dove anche ieri i dati sui contagi sono stati peggiori – e di molto – di quanto temessero le autorità. Si potrebbe superare quota 2.200, aveva anticipato l'altro ieri Lubiana. Si è invece andati oltre i 2.600 nuovi contagi conclamati martedì, oltre 600 in più rispetto al precedente record registrato a 24 ottobre, su poco meno di 7.400 tamponi effettuati, ha informato ieri il governo. La percentuale dei positivi in rapporto ai test è così balzata a oltre il 35%, un livello inquietante.

Ma spaventano anche altri numeri, come quelli dei decessi, +14 in 24 ore secondo informazioni ufficiali, per un totale di 278, chiaro indizio che il sistema ospedaliero è in difficoltà. Non sorprende. Nelle ultime ore, infatti, ben 113 persone sono state ricoverate nei nosocomi sloveni: in totale gli ospedalizzati sono 612 e sono destinati a salire a breve a mille, secondo le valutazioni delle autorità. I pazienti in terapia intensiva veleggiano ormai verso quota cento. E la Slovenia, secondo dati del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), è ormai il quarto Paese nella Ue con il più alto numero di contagi per centomila abitanti nelle ultime due settimane, superata solo da Belgio, Cechia e Lussemburgo. Il quadro non permette dunque alcun rilassamento e si va verso una riconferma delle misure restrittive già in vigore, dal divieto di spostamenti tra comuni se non per validi motivi fino al coprifuoco notturno, mentre rimane un grande punto di domanda sulla ripresa della scuola. Non è sul tavolo un lockdown completo, è stato ribadito ieri. Tutto comunque sarà deciso oggi, dopo un consiglio dei ministri a Brdo pri Kranju, «dove si delibererà sull’estensione delle misure» e su una loro «sincronizzazione» con i Paesi Ue sulla base delle raccomandazioni della Commissione, ha confermato ieri il portavoce del governo sloveno, Jelko Kacin.

Ma oltre ai provvedimenti servono la responsabilità e l’impegno personale nel rispettarli, ha fatto appello ieri il direttore della Clinica universitaria per le malattie polmonari Golnik, Ales Rozman, ammonendo che il sistema ospedaliero sta potenziando le sue capacità di accoglienza, ma non si potrà andare avanti all’infinito. Ne è prova anche il lavoro di governo e terme nazionali, che si sono offerte di ospitare in futuro centinaia di pazienti Covid. «Siamo in una crisi sanitaria» paragonabile «a quella dei film», ha ammesso Bojana Beović, numero uno del gruppo di esperti che affianca il governo nell’emergenza.

Nella vicina Croazia, intanto, si può parlare ormai di «crisi enorme» sul fronte coronavirus, ha ammesso ieri il ministro della Sanità, Vili Beros, che ha anticipato che l’emergenza «potrebbe peggiorare» ulteriormente. Emergenza che è già ora severa. Ieri i nuovi contagi sono stati 2.378, a un passo dal record di 2.421 registrato qualche giorno fa. Ed è invece record negativo di decessi, con altri 23 morti a causa del Covid, portando così il totale a 493.

Come in Slovenia, anche in Croazia è il sistema ospedaliero ad essere sotto pressione. Sono ormai quasi mille i pazienti Covid ospedalizzati, mentre in terapia intensiva sono ad oggi ricoverate 68 persone. Il sistema, per quanto riguarda posti letto e respiratori, è adeguatamente fornito, ma manca il personale specializzato, con i ranghi del personale medico sguarniti dall’emigrazione e dal virus; e sono ben 150 i camici bianchi positivi al Covid, 600 quelli in isolamento. «Facciamo del nostro meglio affinché il sistema funzioni il più a lungo e al meglio possibile, non abbiamo una sfera di cristallo per prevedere un collasso» degli ospedali «di cui si è parlato sui media», ha aggiunto Beros. Che ha rivelato che ci sarebbe un «grande numero» di medici in pensione e studenti di medicina e di scienze infermieristiche che si sono offerti di dare una mano in corsia. —


 

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