Asja cameriera e trainer in palestra: «Ho perso due lavori in una volta»

La goriziana Asja ha 26 anni e si paga l’università lavorando come cameriera e istruttrice in palestra

Da Gorizia il caso emblematico di una giovane di 26 anni che con il part-time si paga gli studi: «Non voglio sminuire la pandemia, ma la gestione dell’emergenza non è stata delle migliori» 

GORIZIA «Le istituzioni in questo momento devono stare vicino alle persone rimaste senza lavoro, e pensare ad aiuti per le piccole realtà che rischiano di chiudere».

L’appello arriva da Asja, una goriziana di 26 anni. Una ragazza che, dopo l’ultimo decreto del governo dettato dall’inasprirsi della pandemia, racconta di rischiare seriamente di perdere entrambi i suoi lavori in un colpo solo. Descrivendo una situazione per molti versi paradossale ma anche emblematica di questi giorni convulsi. Già, perché Asja, universitaria iscritta in modalità telematica alla facoltà di Scienze motorie, per mantenersi e pagarsi gli studi fa la cameriera per alcune sere alla settimana alla trattoria Blanch di Mossa, e di giorno è istruttrice di allenamento funzionale alla palestra My functional training di via del Carso a Gorizia.


«Di fatto quindi, mi ritrovo ad essere senza due lavori su due – racconta –. Quello in palestra senz’altro, anche se stiamo cercando di verificare se c’è ugualmente la possibilità di effettuare qualche attività e qualche lezione online, ma è molto difficile. In ristorante, poi, vedremo, visto che ovviamente le necessità del locale non saranno più le stesse, e probabilmente la mia presenza non sarà necessaria. Fortunatamente ho ancora la possibilità di vivere assieme ai miei genitori, e dunque non ho un affitto o un mutuo da pagare, ma i soldi per la retta dell’università in qualche modo dovrò trovarli ugualmente. E, al di là della mia situazione, ci sono tantissime altre persone, giovani e meno giovani, che saranno nelle condizioni di non riuscire a pagare bollette o affitti, o di mantenere le loro attività. Ecco perché vorrei che restasse alta l’attenzione sulle sorti di chi non potrà lavorare durante questo periodo di chiusura per la pandemia, e che dalle istituzioni arrivassero gli aiuti necessari per tutti».

Asja racconta anche che nella palestra dove ha iniziato a lavorare, a chiamata – tanto seguendo la sua passione per lo sport quanto mettendo a frutto le conoscenze apprese attraverso i suoi studi –, dovrebbe anche svolgere un periodo di tirocinio formativo previsto proprio dall’università, che in caso di conferma anche in futuro del blocco dell’attività sin qui previsto solo fino a fine novembre, rischia di slittare ulteriormente.

«Non voglio assolutamente trasmettere il concetto che l’emergenza sanitaria non sia grave, io per prima sono preoccupata come tutti per la pandemia – precisa Asja –. Però penso che la gestione dell’emergenza non sia stata delle migliori, perché non si capisce il criterio secondo il quale alcune attività possano restare aperte, come i negozi, e altre invece come le palestre o i ristoranti debbano chiudere, del tutto o in anticipo. Che senso ha per esempio permettere di pranzare al ristorante, ma vietare le cene? Le regole di distanziamento e le strategie per igienizzare i locali sono le stesse sia durante il giorno sia durante la sera».

Quale sarebbe una soluzione alternativa? «Per esempio riterrei più logico inasprire e potenziare nettamente i controlli, e punire chi non rispetta le regole per il contenimento del virus – suggerisce la goriziana –. Nella palestra dove lavoro abbiamo fatto di tutto per adeguarci alle normative e per operare in condizioni di sicurezza, ma in questi mesi non c’è mai stato alcun controllo da parte delle forze dell’ordine. E ora è arrivato l’ordine di chiudere i battenti, peraltro con pochissimo preavviso».

La sensazione espressa dalla 26enne istruttrice, allora, è quella di essere stata fermata (con l’attività nella quale lavora) “a scatola chiusa”, magari in considerazione del fatto che qualcuno da qualche parte non fa quel che deve per contrastare la pandemia. «Come dicevo io sono sostanzialmente ancora fortunata, potendo contare su una famiglia alle spalle, ma conosco molti giovani che non lo sono altrettanto, e che in questo momento sono disorientati – conclude Asja –. So che c’è molto fermento anche in città, e che si stanno organizzando delle manifestazioni per dare voce alla preoccupazione e alla frustrazione di tutte le persone che vedono ora il loro futuro lavorativo carico di incertezze». —

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