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Trieste, tremila in piazza contro le chiusure. Dipiazza e Fedriga attaccano Roma

Gestori di palestre e locali in rivolta nel capoluogo giuliano. Insulti al governo e fumogeni. Sindaco e presidente Fvg: «Dpcm sbagliato»

Trieste, in piazza contro il Dpcm: "Non siamo untori, ma lavoratori"

TRIESTE Insulti contro il governo, un tentativo di assaltare la Prefettura e tanta rabbia. Piazza dell’Unità d’Italia, a Trieste, ieri sera è stata il palcoscenico della protesta anti chiusure. Doveva essere una manifestazione pacifica indetta dai gestori delle palestre e a cui hanno aderito anche molti titolari di locali. In migliaia, circa tremila, si sono radunati tra gli alberi di Natale già sistemati in piazza per ascoltare gli interventi, tra i quali anche quelli del sindaco Roberto Dipiazza e del presidente della Regione Massimiliano Fedriga che hanno attaccato duramente le scelte del governo guidato dal premier Giuseppe Conte, auspicando un passo indietro rispetto all’ultimo Dpcm.



Andando con ordine la giornata era iniziata nel primo pomeriggio, quando la palestra Fit Lab aveva organizzato dei corsi liberi in piazza. «Siamo in ginocchio – ha spiegato Giuliana Roman, una delle titolari – e questa chiusura ci fa male dopo tutti gli investimenti fatti». Alle 18 il via alla protesta sotto lo striscione “Non siamo untori, ma lavoratori”, organizzata da alcuni titolari di attività tra cui Roberto Bolelli, socio proprietario del Centro fitness Oasi club e delegato regionale dell’Associazione nazionale impianti e fitness.

«Ci state uccidendo, ci sentiamo presi in giro – ha spiegato – perché la scorsa settimana avevano annunciato controlli e negli impianti cittadini non sono state elevate sanzioni. Abbiamo avuto costi di gestione aumentati del 30% a fronte pressoché di zero entrate. In quest’anno non abbiamo avuto introiti e siamo senza aiuti». Riccardo Ramazzina, titolare di sei palestre, ha parlato di «un incubo che torna. Sono stanco. C’erano altri modi per gestire l’emergenza e l’economia della città. Sono preoccupato per quello che sta succedendo e non so più che fare. Ero pronto ad affrontare controlli anche rigidi, non una serrata totale».



È stata poi la volta di Franco Bandelli, ex politico e oggi titolare di attività ricettive: «C’è da vergognarsi ad essere italiani, ma noi invece ne siamo onorati e per questo siamo qua. A maggio abbiamo fatto la prima manifestazione per dire che avremmo dovuto convivere con il virus e oggi ci chiudono alle 18 impedendoci di lavorare anche a fronte degli investimenti fatti per garantire la massima sicurezza».

La piazza ha iniziato a scandire i primi cori contro Conte. È stata poi la volta dei ristoratori e dei baristi con Francesco Minucci, socio di alcune attività in città, che ha elencato i numeri: «Novemila pubblici esercizi con cinquemila addetti che oggi non sanno più come portare a casa il pane». Bruno Vesnaver, consigliere regionale della Fipe che domani alle 11.30 ha indetto un’altra manifestazione sempre in piazza Unità, ha lanciato un grido forte: «Riaprite le nostre attività se no scatta la disobbedienza, perché non ce la facciamo».



Mascherine e distanziamento sociale erano di fatto già saltati da parecchio tempo e il clima è diventato via via più rovente. Tanti i politici presenti, con buona parte del Consiglio e della giunta comunali. Dipiazza ha quindi attaccato il governo: «Le misure del Dpcm piegano in due il Paese. È stata una decisione folle quella di togliere il potere che era stato dato ai sindaci di decidere. Solo i sindaci hanno il reale polso della situazione. Ho sempre rispettato le leggi e i Dpcm, ma stavolta no, chi ama l’Italia non può accettare questo provvedimento». Fedriga ha poi ribadito che «serve una manovra congiunta con i governatori facendo squadra e creando una grande alleanza contro il Dpcm (oggi vertice in Regione, ndr). Non ho certezze e siamo preoccupati per il virus, però la politica deve essere in grado di avere equilibrio e buonsenso tutelando la salute e il lavoro. Siete attività – ha detto alla folla – che si sono adattate alle norme rispettandole con serietà. Non possiamo togliere la speranza a chi lavora e quando gli dici di chiudere gliela togli».



A quel punto la manifestazione si è conclusa ma un gruppo di persone, poi seguito da un migliaio di manifestanti, si è diretto verso la Prefettura circondano il palazzo. Gli animi più caldi hanno tirato dei calci alle porte, subito presidiate dalle forze dell’ordine in tenuta antisomossa. Sono stati anche lanciati dei fumogeni, che - riferisce l’Ansa - hanno pure colpito dei carabinieri, per fortuna senza gravi conseguenze. Bolelli, Vesnaver e le autorità hanno preso le distanze con Dipiazza e Fedriga che hanno parlato di «gruppo di facinorosi». Il clima di tensione è rimasto alto per mezz’ora con cori e insulti verso il palazzo simbolo dello Stato. Il lavoro intenso di mediazione della Digos ha però riportato serenità e alla fine la piazza ha intonato l’inno di Mameli. —


 

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