Ristoratori pronti alla protesta a Trieste, la Fipe: «Noi i sacrificati. Non ci stiamo»

I titolari di molti locali del centro si sono ritrovati ieri pomeriggio, domenica 25 ottobre. In programma una mobilitazione nei prossimi giorni. Gli esercenti, delusi, si sfogano sui social: «Tanti investimenti fatti in estate sono ormai sacrifici inutili»

TRIESTE. C’è rabbia tra i ristoratori dopo il Dpcm. Qualcuno si prepara a mandare in cassa integrazione il personale, molti hanno ridimensionato gli orari, soprattutto chi lavorava solo alla sera, ma c’è chi teme anche la chiusura. La possibilità di effettuare il servizio per asporto dopo le 18 non basta. Sul piede di guerra anche la Fipe, che parla di un comparto allo stremo. Ieri pomeriggio intanto a Trieste i titolari di diversi locali delle zone più frequentate della città, tra Cavana e via Torino, si sono ritrovati per discutere insieme. C’è un clima teso, destinato a sfociare in protesta nei prossimi giorni.

«I pubblici esercizi non possono pagare per l’inefficienza dell’intero sistema. Chi ci ripaga degli investimenti che siamo stati obbligati a fare per adeguare i locali alle linee guida – si chiede Bruno Vesnaver, presidente regionale Fipe Fvg –? Ripetuti annunci di chiusure hanno ridotto al minimo i fatturati di ottobre: chi paga tra pochi giorni gli stipendi del nostro personale? Qualcuno, dalla sua comoda poltrona a stipendio assicurato, ha idea di cosa significhi gestire una piccola azienda e di cosa siano il sacrifico e la fatica? Direi di no. Ma noi così non ci stiamo».

«Una settimana fa delle regole, ora delle altre: si gioca alla roulette russa con la vita di noi esercenti e dei nostri dipendenti. Si è deciso di sacrificare una categoria – tuona Federica Suban, presidente provinciale Fipe Trieste – valutando come non essenziale la nostra attività. Ma a Roma qualcuno ha presente quante famiglie vivano grazie alle nostre attività e dell’indotto? Vogliamo dati precisi sui contagi, e sapere con esattezza quanti ad oggi siano riconducibili ad una cena al ristorante o ad un caffè al bar».

Corre anche sui social forte la delusione espressa da tanti ristoratori di tutta la regione, come il triestino Gabriele Cinquepalmi: «Facciamo sacrifici, abbiamo speso le nostre ultime risorse, ci siamo adeguati alle regole. Se il “virus” ci sarà ancora cosa faremo? Ci state uccidendo». «Noi apriamo alle 17.30, ora rivoluzioneremo tutto ma mi pare un’assurdità totale – commenta Alessandro Sbrizzai del London Pub –: abbiamo fatto un investimento importante in estate, per sistemare tavoli e distanze e adesso? Sacrifici inutili. E dovrò rimettere una persona in cassa integrazione».

«La ristorazione e l’alberghiero, punti cardine del Pil italiano – dice Manuel Bossi del bar Rex –, saranno massacrati». E ieri i gestori dei principali locali nel centro cittadino a Trieste, si sono riuniti, per condividere preoccupazioni e perplessità, pubblicando poi lo slogan “Non siamo untori, ma lavoratori”. «Pensiamo di dar vita ai prossimi giorni a una protesta, educata e tranquilla, portando con noi tutti i dipendenti, che rischiano il lavoro – annuncia Walter Gustin, titolare del Draw e altri locali –: gli indennizzi ricevuti durante il lockdown sono ridicoli, se non ci saranno aiuti avranno sulla coscienza parecchie famiglie». —


 

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