Nell’ex Jugoslavia il Covid-19 crea 300 mila nuovi poveri

Le nuove povertà si notano anche per le strade di una capitale europea tra mascherine protettive e distanze di sicurezza. Foto da delo.si

BELGRADO Non solo contagi, ospedali che si riempiono, tanti decessi, ma anche un vero e proprio esercito di nuovi poveri, causato dal rallentamento dell’economia e dall’incepparsi del sistema produttivo. È il preoccupante quadro che si sta delineando anche nei vicini Balcani ancora fuori dalla Ue, già regione in ritardo di sviluppo rispetto all’Europa più ricca, ora azzoppata pure dal virus. Lo ha confermato la Banca Mondiale, in un nuovo studio dedicato a Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Macedonia del Nord, Kosovo e Albania, in cui si lancia un allarme non solo «sulla recessione che si approfondisce» nell’area – con un -12,4% in Montenegro nel 2020, -8.8% in Kosovo, -8,4% in Albania, -3/4% nel resto della regione - ma soprattutto sugli effetti negativi del coronavirus «su posti di lavoro e riduzione della povertà».

Invece che diminuire – come stava accadendo prima del 2020 – la povertà negli ultimi mesi è drammaticamente aumentata nella regione balcanica, ha confermato la Banca. Banca che ha calcolato in «più di 300mila le persone finite in povertà» fino a giugno solamente in Albania, Kosovo, Montenegro e Serbia; ma il numero potrebbe essere molto più alto, se si prendono in considerazione anche Bosnia e Macedonia del Nord, Paesi per i quali stime precise non sono disponibili. Si tratta di persone che hanno perso il proprio lavoro e dei loro familiari, con alta probabilità cittadini che erano in precedenza impiegati nei settori più colpiti dalla nuova crisi, in testa «turismo, commercio e costruzioni», ha precisato la Banca. Ma anche altri numeri impressionano e angosciano. Sono quelli che parlano di quasi 140 mila posti di lavoro andati in fumo solo fino a giugno - la metà in Serbia e Albania.


Numeri che nascondono danni gravissimi. Di fatto, ha svelato lo studio, la pandemia ha «cancellato» i progressi che erano stati fatti «negli ultimi anni» in termini di lotta alla disoccupazione e di «diminuzione della povertà». Poteva andare anche peggio, ha precisato lo studio, svelando che le misure pubbliche decise da Belgrado a Sarajevo per dare una mano alla cittadinanza hanno avuto effetti positivi, dimezzando di fatto il numero di nuovi poveri che si sarebbero potuti avere senza sussidi. Avrebbero potuto essere almeno 600 mila, una vera e propria bomba a orologeria in termini sociali. Ma i fondi per i sussidi si sono ormai prosciugati, anche i governi balcanici hanno dovuto stringere i cordoni della borsa. E il futuro appare fosco.

La seconda «più forte» ondata di contagi che sta investendo i Balcani «già da giugno» rischia di dare il colpo di grazia a sistemi già fragili. Si tratta, ha ricordato la Banca, di un processo che «rallenta la ripresa», con «restrizioni ai viaggi» e di movimento e inevitabili misure «di distanziamento sociale che hanno depresso la crescita», ovunque, ma soprattutto in quei Paesi «molto dipendenti dal turismo». E i prossimi mesi non promettono nulla di buono, anzi. È nelle attese, ha previsto la Banca Mondiale, «un’ulteriore pressione sul mercato del lavoro e sui redditi, destinata a durare per alcuni mesi». Mesi di lacrime e sangue, ad esempio in Paesi come la Bosnia, che sta precipitando «nella peggior recessione» dai tempi della guerra, ha stabilito la Banca.

Ma anche in Serbia, Paese che dovrebbe registrare la crisi meno marcata nei Balcani, le cose non vanno bene. È quanto ha sostenuto nei giorni scorsi l’Associazione dei sindacati liberi e indipendenti, che ha parlato – sfidando le statistiche ufficiali – di addirittura di 2,2 milioni di serbi in grave affanno, in particolare «fra le famiglie con tre o più bambini, dove il 51,9% è in stato di indigenza». Senza dimenticare i «350 mila lavoratori e le loro famiglie che vivono con il salario minimo», nella speranza che anche il loro impiego non venga polverizzato dal virus. Ma tanti tremano anche in Croazia, che attende un -9% di calo del Pil, secondo l’Ocse. E "vanta" già 150mila disoccupati, almeno 20 mila in più che dell’anno scorso. —

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