Leggere “Senilità”, cantare “Pugni chiusi”: vivere in cerca di riscatto nelle stanze vuote di Trieste

Slataper, il barbaro gentile. Manuela Trimboli. (Illustratrice e graphic designer, collabora con teatri di figura e in diversi ambiti fashion. Ha pubblicato tra gli altri per Franco Panini, Gallucci, FraleRighe

Un luogo difficile da capire e da scoprire nei libri dell’infanzia, parlando soltanto il dialetto dei vecchi

A volte bastava una canzone, ché così era che ti si riempiva il cuore. Ah, il cuore … era solo un angolo poco scrutato del mondo che appena cominciavi a scoprire. E bastava solo una canzone. “Pugni chiusi”. Gli anni che avevi, assai pochi invero, erano solo i primi e non scorrevano, nascevano da dentro, quasi fossero loro a prenderti e non tu a cercarli, e poi, molto più tardi, a rincorrerli.

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“Pugni chiusi”. Con gioia e con rabbia, Trieste ti stava bevendo e, come lana tinta, imparavi a conoscerla nella pelle senza capire, se non a tratti, che non eri tu a scoprirla ma era lei ad istruirti: nei giardini che mantenevano l’ordine e il tratto di un tempo e che, pur abbandonati, ancora non soccombevano alla natura incerta; nelle ville, dietro a quei giardini, dove famiglie sparite avevano lasciato tanto di quel loro vissuto che ti pareva di conoscere tutto e, nelle stanza vuote, vivere e vedere e parlare con chi più non c’era e non sarebbe mai tornato. Ma questo lo sapevi? Là, nell’abbandono ordinato, carte e lettere, cassoni e scaffali raccontavano ciò che non esisteva e (era un segno?), avevi preso in mano “Memorie della casa dei morti”.

Era il tuo primo libro vero. Ed era tuo perché lì non c’era più nessuno e quindi non aveva padroni. Era tuo. Tuo? Nascosto, con gelosia, lo avresti tenuto per anni nel timore non detto che qualcuno lo chiedesse. “Pugni chiusi”. Il vuoto pieno di quella villa ottocentesca e abbandonata nella prima periferia di Trieste apparteneva al quotidiano e la città misurava i confini in quella parte bassa di un rione di cui i vecchi ti avevano detto, con orgoglio, che si chiamava Mea, “perché de qua semo noi, miga de Galauca”. In Mea, a San Luigi, eri povero ma signore. In Galauca, a San Giacomo, eri povero e basta. E in Mea c’era la villa. Anzi le ville, villette, case e alberi e frutti e giardini … su per via Farneto. Tutto abbandonato. Tutto tuo. Tuo? “Pugni chiusi”. “1898” scritto su un vecchio libro: “Senilità” (che voleva dire? allora amavi, respiravi, vivevi “Sussi e Biribissi” e “La giraffa bianca” che papà aveva portato a casa da chissà dove, come “Pik Badaluk”, ricco di segni e disegni).

Ma “Senilità” era sbucato in quella villa, da un armadio a muro di cui nessuno si era mai accorto e là dentro una cartolina con le caricature del Circolo Artistico per la mostra del 1910 . Tutto tuo, perché là non c’era più nessuno. Da portare a casa e conservare. “Pugni chiusi”. “Senilità”, ti aveva detto sior Oscar, vicino di casa, “xe che vol dir che se xe veci”. Ah … ma eri solo ragazzo, quasi bambino. E allora? Leggi di Brentani e pensi al vecchio sarto del secondo piano, Emilio. Appunto, con quell’odore di profumo (profumo?) e sorrisetti e il passo piccolo … mah … A scuola, alle medie, il tuo dialetto era quello dei vecchi e i compagni tante parole non le capivano: remitur e remengon. Staccato dagli altri, eri bravo in matematica, ma la professoressa Morandi, che la insegnava, non ti aveva in simpatia. Poi portò in classe un signore importante per cui tutti, su ordine dell’altra insegnante, quella di italiano, si era scritto un tema.

E gli erano stati consegnati perché giudicasse. Calvo, non alto, buono nel viso, tanto quanto aspro appariva quello della Morandi, aveva chiamato il tuo nome (ah … gli occhi della Morandi!) e aveva detto solo “Bravo”. Con gesto minimo della mano, ti porgeva un libretto suo, “Quaderno d’Israele”. Il tuo premio. Che avevi scritto? Eri rimasto incerto. Incapace di dire “grazie”. “Pugni chiusi”. Adesso - dopo decenni - che il tempo è stato crudo e bellissimo insieme, tanto da privarti di ogni timore, senza più timidezze nella parola, è dolce conservare negli occhi del cuore molti pensieri: letti e rubati. E ti pare che questa sia ancora di più la tua città: mente sconfinata e … “Pugni chiusi”. — © RIPRODUZIONE RISERVATA

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