In quella grande casa di Corso Saba c’era l’avventura tra ammiragli e fascisti

Lo stabile di via Umberto Saba 5, con “il balcone dell’ammiraglio”. Qui Enrico Mazzoli ha coltivato la passione per i viaggi e l’avventura

La zia vedova di un irredento, il cugino soldato imperiale nel 97°, e i fantasmi del cimitero

Settembre 2020: all’assemblea della XXX Ottobre mia moglie Ondina ed io riceviamo lo stemmino per il cinquantesimo d’iscrizione al Cai. Mezzo secolo di montagna è tanto, ma la mia passione per l’alpinismo e l’avventura, così come per la storia locale, era iniziata già a 7-8 anni. Andiamo allora allo stabile di Corso Saba 5, un tempo casa della mia famiglia, un parente per piano: al primo un vecchio zio ammiraglio che amava stare tutto il giorno sul balcone, braccia stese sulla balaustra, lo sguardo fisso a controllare la rotta o, forse, le commesse della dirimpettaia Universaltecnica.

C’era poi una zia che ricordo in un elegante abito nero d’altri tempi, e così lo era da quando suo figlio volontario italiano era caduto sul Carso, poi inumato a Redipuglia. Più su stava un altro zio, fascista della prima ora e rimasto tale fino alla sua ultima. Sempre con il suo fez nero, che a casa non mancava d’indossare mai. A seguire un cugino che, mandato in Galizia con il 97°, aveva finito con l’essere risucchiato dalla rivoluzione russa, ritrovandosi a combattere con i controrivoluzionari bianchi. Venendo a dove stavano i miei lì tutto, a iniziare dai quadri con i ritratti di famiglia, parlava della Trieste imprenditoriale d’altri tempi: giocavo sotto gli sguardi severi del trisnonno Francesco Mell, venuto da Vienna per fondare qui in città un’industria chimico-farmaceutica e del bisnonno Ermenegildo Mazzoli, co-fondatore dell’azienda e membro di spicco del partito liberal nazionale, ricordati anche per sarcofago e mummia egizi donati ai Civici Musei. Controbilanciava il volto dolce della bisnonna Ida Urbanis, il padre fondatore del celebre caffè.

La nonna Vittoria mi raccontava poi di quando, il 3 novembre 1918, era stata sul Molo poi Audace ad attendere i bersaglieri e, se questo era il clima familiare, non c’è da stupirsi se alle feste novembrine non vi fosse finestra della casa senza il tricolore. Le idee le presi però da mio padre che, in controtendenza, aveva un gran rispetto per l’Austria-Ungheria. Retaggio di suoi periodi di gioventù trascorsi a Vienna presso lo “zio Franz” feldmaresciallo e, forse, del fatto che lì aveva conosciuto il suo primo amore. Dietro avevamo il giardino, campo giochi riservato alla combriccola composta da mia sorella Clelia, gli amici Silvia, Gianni, Cristina ed io, alla quale si aggiungerà Almerigo Grilz.

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A un primo livello questo era con vialetti e aiuole, le statue delle quattro stagioni in marmo e una scalinata che portava al livello superiore, che d’estate era dato in affitto al cinema Garibaldi. Avevamo così il cinema in casa, con libero accesso tutto l’anno al sottostante cinema coperto: per noi bambini, una pacchia! Oltre vi era l’avventura pura: scavalcato un muro si accedeva ai ruderi di una vecchia fabbrica, cupa e avvolta dalla vegetazione come uscita da un romanzo di Allan Poe, regno di gatti morti e di chissà quali altre creature. Da veri esploratori, ci addentravamo guardinghi fra quelle mura e nella boscaglia che le circondava. Il giardino aveva pure un terzo livello, sostenuto da un muraglione a blocchi di arenaria lungo un’ottantina di metri e alto una decina. Vi si accedeva tramite una scalinata, ma a noi attraeva il muraglione. Fra questo e lo schermo del cinema all’aperto rimaneva uno spazio e, senza frequentare scuole di alpinismo, scoprimmo che una mano e un piede di qua, una mano e un piede di là, lo si saliva agevolmente. Oltre, vinta una paretina montammo su una cengia, che s’inoltrava nella parete per un certo tratto.

Vi erigemmo una capanna fatta con le frasche e quest’anno, salendo il Jof di Montasio per la via di Dogna, il bivacco Suringar posto su una cengia precipite sul vuoto mi ricordò quel nostro piccolo rifugio. Al suo termine la cengia s’impennava facendosi più stretta, fino a un ultimo tratto verticale che incuranti del vuoto sottostante scalammo fino al giardino soprastante. Avessimo avuto una bandiera, l’avremmo piantata in segno di vittoria! Non paghi, mirammo a una diretta: a sinistra il muraglione formava un diedro, e lo vincemmo. Restava la parete centrale, che riuscimmo a scalare fino a metà della sua altezza. A vincerla fu il più grande Pierguido, e dal basso lo seguimmo a bocca aperta.

Nel giardino alto, inselvatichitosi dopo anni di abbandono, dovevamo inoltrarci con cautela, essendoci i fantasmi. Un tempo era stato un cimitero, e in casa si raccontava che in una notte del 1882 il bisnonno Ermenegildo, attorniato da alcuni fidi, era stato visto aggirarsi con una lanterna, a nascondere da qualche parte la testa di Oberdan. Cosa non difficile, visto che lì i luoghi segreti non dovevano mancare. Un giorno pure noi scoprimmo un cunicolo, che esplorammo fino a una buia sala sotterranea col soffitto a volta. Una porta della proprietà dava su Scala dei Giganti: da lì nel 1920 entrarono gli squadristi che, attraversato il giardino, raggiunsero il retro del giornale Il Lavoratore, incendiandolo. Ora tutto è cambiato, ma passando per Corso Saba ricordo ancora il mondo che fu della mia infanzia. —

Minestra di cavolo nero, fagioli all’occhio e zucca con maltagliati di farro

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