Da Trieste un antidepressivo per la sindrome di Rett

Il professor Enrico Tongiorgi della Sissa (il primo da sinistra) con uno dei suoi gruppi di ricerca

Lo studio coordinato da Enrico Tongiorgi (UniTs). È una malattia neurologica genetica che atrofizza i neuroni delle donne

TRIESTE Il laboratorio di Neurobiologia cellulare e dello sviluppo dell’Università di Trieste guidato dal professor Enrico Tongiorgi, che dal 2009 studia la sindrome di Rett, ha appena ottenuto un’importante pubblicazione sulla rivista Journal of Neurodevelopmental Disorders. Lo studio congiunto, guidato da Tongiorgi, coordinatore del progetto, con gli studenti Javier Flores-Gutierrez e Giulia Natali dell’Università di Trieste in collaborazione con l’equipe dei dott. Joussef Hayek, Claudio De Felice, Silvia Leoncini e della prof.ssa Cinzia Signorini dell’Ospedale Santa Maria alle Scotte di Siena, ha dimostrato che l’antidepressivo mirtazapina ha un effetto protettivo nei confronti della progressione di numerosi sintomi nella sindrome di Rett, sia su un modello animale della malattia che nelle pazienti Rett adulte.

Sebbene classificata tra le malattie genetiche rare (frequenza 1:10.000 femmine nate), la patologia rappresenta la forma più frequente di disabilità intellettiva grave nel sesso femminile. La malattia è causata nella maggior parte dei casi (96%) da mutazioni del gene regolatore MECP2 situato sul cromosoma X, con sintomi che si manifestano al secondo anno d’età quando le bambine iniziano a perdere le capacità verbali e motorie acquisite fino a quel momento, con un esordio della malattia molto drammatico. La malattia peggiora progressivamente nel tempo e accompagna le pazienti fino all’età adulta. In Italia, una delle nazioni in Europa con la maggiore incidenza, ci sono almeno 1600 pazienti Rett. Ad oggi non esiste una cura definitiva per questa malattia.

«Ci siamo interessati alla sindrome di Rett - commenta il professor Tongiorgi - perché ha come caratteristica l’atrofizzazione dei neuroni e la sfida del nostro laboratorio è proprio far ricrescere i neuroni atrofizzati. L’idea - prosegue - è stata di cercare di identificare dei farmaci già presenti sul mercato, quindi immediatamente disponibili per le pazienti, che potessero alleviare i sintomi. In particolare abbiamo identificato l’antidepressivo mirtazapina conducendo studi sia in vitro sia sul modello animale».

Nel 2018, durante il meeting internazionale per la sindrome di Rett svoltosi a Roma, Tongiorgi ha parlato dei primi risultati ottenuti sui topi con il professor Joussef Hayek e i dottori Claudio De Felice e Silvia Leoncini, venendo così a conoscenza del fatto che a Siena le pazienti Rett venivano trattate per ridurre i risvegli notturni e gli stati d’ansia, con effetti considerevolmente positivi. Da questo incontro è maturata l’idea di effettuare un’indagine retrospettiva sulle pazienti adulte Rett trattate con mirtazapina per poi mettere i dati a confronto con gli effetti del farmaco sulle femmine adulte di topo Rett, portando così alla pubblicazione dei risultati nel settembre 2020.

I ricercatori hanno analizzato gli effetti di un trattamento di 30 giorni su topi femmina adulte, e condotto un ampio studio retrospettivo su 40 pazienti adulte con sindrome di Rett trattate con mirtazapina per un periodo da 1 a 5 anni, confrontate con 40 pazienti non trattate. Lo studio dimostra che il trattamento a lungo termine con mirtazapina può arrestare la progressione della malattia nelle disfunzioni motorie e della respirazione portando ad un significativo miglioramento nelle interazioni sociali, della qualità del sonno, ed una netta riduzione dell’irritabilità e dei comportamenti aggressivi e autolesionistici. Il farmaco risulta efficace e ben tollerato nella maggioranza delle pazienti. Un punto chiave dello studio è l’assenza di effetti collaterali significativi a lungo termine, sia nel modello sperimentale che nelle pazienti: un aspetto fondamentale in termini di futura utilizzabilità di questo farmaco nelle pazienti Rett.

Due le importanti ricadute di tale pubblicazione. «La prima - spiega Tongiorgi - dimostra che il farmaco è molto ben tollerato dalle pazienti e quindi ci sono i presupposti per fare la sperimentazione a livello pediatrico; la seconda riguarda la qualità della vita delle pazienti adulte, abbiamo visto che alcuni sintomi, come ansia, aggressività e qualità del sonno, sono migliorati e altri sintomi non peggiorano». L’Ospedale di Siena, insieme ad altri tre ospedali italiani, sono pronti per partire con la sperimentazione clinica nelle pazienti in età pediatrica, non appena troveranno un finanziamento per sostenere i costi. —

 

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