Grazie al virus che ci rende fratelli

È il messaggio che ricaviamo dalla recente enciclica papale. Possiamo anche leggervi, letteralmente, che «navighiamo tutti sulla stessa barca» e che da qui si alimentano il sentimento e la pratica del nostro sentirci uguali e “fratelli”

TRIESTE Il virus può nutrire la fratellanza tra gli uomini. È il messaggio che ricaviamo dalla recente enciclica papale. Possiamo anche leggervi, letteralmente, che «navighiamo tutti sulla stessa barca» e che da qui si alimentano il sentimento e la pratica del nostro sentirci uguali e “fratelli”.

È stato messo in evidenza l’inedito carattere illuministico presente nelle parole dell’enciclica, quasi vi risuonasse l’eco del 1789 francese. Qualcuno (Massimo Cacciari, per esempio), pur apprezzandolo, ha previsto che il messaggio è destinato a restare inascoltato. Condivido che è difficile essere ottimisti, ma sarebbe il caso di avvicinare lo sguardo e riflettere sui sentieri che possiamo percorrere a partire da qui, pur restando coi piedi bene appoggiati alla situazione reale in cui ci troviamo.


La metafora della barca comune non è tanto impropria, pensiamo solo al viso sofferente di Trump appena uscito dall’ospedale: la smorfia di dolore del Superpresidente accomuna, abbassa l’alterigia di chi è in alto, solleva un poco chi sta in basso. Non basta per sentirsi fratelli, ma serve ad attenuare l’abisso della disuguaglianza, grazie al virus che non fa sconti a nessuno, tanto meno a coloro che dicono che non esiste. Dunque è vero che alla fine siamo tutti nella medesima barca? Nonostante che ricchi e potenti godano di squadre di medici o di alloggi riservati negli ospedali, nonostante che i poveri e i deboli soffrano e muoiano fuori dalla scena?

Questi “nonostante” restano pesanti e drammatici: l’abisso delle disuguaglianze viene solo sfiorato da un tenue contromovimento, tuttavia qualcosa che appartiene all’uguaglianza sembra affiorare nel buio della pandemia e produrre una variante positiva che può dare un po’ di luce ai nostri normali comportamenti. Basta guardarsi intorno, quando usciamo di casa, per accorgersi che dietro le mascherine c’è il timore dell’incolumità, ma anche un paradossale piacere dell’esperienza condivisa, quasi un cenno di riconoscimento.

D’altronde è sufficiente ragionare sull’utilità delle mascherine: le indossiamo a vantaggio di coloro che incontriamo, che a propria volta la indossano a nostro vantaggio. Se non lo fanno, disapproviamo il loro senso di responsabilità. Ma non è neppure, a veder bene, un banale scambio di utilità, qui si dà qualcosa che va oltre il semplice utilitarismo e ci immette nel territorio della comunanza.

Dovremmo piuttosto interrogarci su quel «navighiamo sulla stessa barca», cercando di capire che cosa significhi per noi, oggi, dentro la pandemia, una simile navigazione. È inutile chiederselo? Lo sarebbe se dessimo alla parola navigare un senso già scontato, del tipo “si va avanti” (mi viene in mente il tiremm innanz dei milanesi). Se, invece, il navigare potesse essere qualcosa che esce dalla ovvietà (ma anche da ogni retorica letteraria e ad hoc), allora coinciderebbe con quel “dopo” che ci sta tormentando. Saremo come prima? No, se davvero si sta creando una nuova forma di comunanza. Né individualmente, né socialmente, potremo più essere gli stessi di prima, neppure se ci tapperemo occhi e orecchie ritenendo il virus un episodio passeggero.

Il punto che vorrei soprattutto sottolineare riguarda il fatto che il virus ci sta costringendo a cambiare il rapporto tra il nostro corpo e la nostra mente. È un problema complicato e mi limito ad accennarne alcuni aspetti. Sembrerebbe che l’emergenza medica (il bisogno impellente di medicare i corpi malati) abbia occupato tutta la scena. Ma non sta accadendo propriamente ed esclusivamente questo. Anzi, il cosiddetto “distanziamento” ha favorito un’interconnessione tra mente e corpo che sta producendo effetti rilevanti: sempre meno corpo-oggetto (quello che la fenomenologia definisce con il termine tedesco Körper), o “corpo morto”, e sempre più nella situazione di viverlo come un corpo-soggetto o “vivo” (il Leib dei fenomenologi), cioè come il nostro proprio corpo che fa tutt’uno con la mente. È come se si cominciasse davvero a correggere, nei vissuti di ciascuno di noi, quel vizio della cultura occidentale che mette fisicità da una parte e spiritualità dall’altra. La cultura filosofica orientale, così avulsa dalle nostre categorie, si è fatta più vicina, e comunque mente e corpo sono oggi, per noi, sempre meno entità separate.

Dubbi e incertezze dei virologi ne sono una testimonianza, anche se non sempre consapevole. A noi, in ogni caso, importa che la medicina si spogli della sua fredda oggettività e diventi un sapere meno rigido. Soprattutto ci importa che mente-corpo sia una coppia inseparabile, vissuta come tale in prima persona da ciascuno. Ecco una comunanza, tutt’altro che astratta, che potrebbe affratellare l’equipaggio della “barca” e dare un riempimento di futuro alla parola “navigazione”: questa comunanza è ancora tutta da costruire. –

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