Slovenia, mascherine nei centri storici. Il premier: prossimo passo devastante

Secondo Janša il Paese, se il rapporto contagi per 100 mila abitanti salirà ancora, rischia di ritornare al lockdown

LUBIANA Aspettando il “Big One”. Così è apparso ieri il premier sloveno Janez Janša nell’annunciare le nuove norme restrittive che entreranno in vigore già in questa settimana per cercare di arginare la pandemia da Covid-19. Sì, perché Janša è stato chiaro: siamo nella seconda fase dell’epidemia, la terza e più pesante deve ancora arrivare con l’inverno, il “Big One” per l’appunto, mentre ieri le cifre parlavano di 189 nuovi contagi in 24 ore e di 19 decessi, anche se quello che spaventa di più è il numero dei ricoverati che sono 111 di cui 20 in terapiaintensiva.

Attualmente stiamo mettendo in atto le misure del secondo pacchetto su tre della cosiddetta fase arancione, ha spiegato Janša, che prevedono che i locali pubblici possano servire solo ai tavoli distanziati tra loro di 1,5 metri, che nei luoghi pubblici e privati si possono riunire al massimo gruppi di 10 persone ad eccezione di cerimonie religiose e matrimoni e alcuni eventi particolari, che il numero delle persone presenti negli spazi pubblici chiusi sia limitato in proporzione all’ampiezza dello spazio stesso. Sono misure, ha precisato il premier, che entreranno in vigore questa settimana. Le misure del secondo pacchetto includono altresì la limitazione degli eventi pubblici e privati, l'uso obbligatorio di disinfettanti in condomini e edifici commerciali, l’uso della mascherina all’aperto dove non si può rispettare il distanziamento sociale, ossia nei centri storici o ai mercati all’aperto e il divieto di visite a case di cura e ospedali.


Con questo, il governo quasi esaurirà le misure di cui dispone nella cosiddetta fase di azione arancione, che si suddivide in tre pacchetti. «Se le norme adottate la scorsa settimana saranno efficaci, il secondo pacchetto della fase arancione potrà essere prolungato nel tempo, ma se la situazione dovesse peggiorare saremo nel terzo pacchetto tra 10, 14 giorni», ha spiegato il primo ministro. Il che significa che rimarrebbero a sua disposizione solo misure come la chiusura di singoli comuni, la chiusura di ristoranti e palazzetti dello sport e la cessazione dei servizi sanitari non essenziali. Queste misure sono l'ultima “mossa” che il governo avrebbe prima della fase rossa, che significa dichiarare lo stato di epidemia. «Se il numero di persone infette superasse il rapporto di 140 per 100.000 abitanti in un periodo di 14 giorni e ci fossero più di 250 pazienti negli ospedali, di cui più di 50 in terapia intensiva, dovremmo dichiarare un'epidemia e adottare misure simili che abbiamo preso in primavera», ha avvertito chiaranente Janša.

«Siamo nel bel mezzo della seconda ondata, che in realtà è un'ondata estiva. Le misure finora prese mirano a frenarla e prevenire le possibili conseguenze della terza ondata che arriverà con il tempo più freddo», ha avvertito Janša all'inizio della presentazione delle nuove misure per frenare la diffusione del coronavirus. Il Covid-19 non è più così sconosciuto come lo era nei mesi primaverili. Abbiamo un buon numero di dispositivi di protezione, ha sottolineato il primo ministro. «Stiamo adottando misure che hanno il minor impatto possibile sul danno economico. Speriamo di ottenere con misure più lievi gli effetti che abbiamo ottenuto in primavera. «Il piano d'azione ha tre fasi - ha spiegato il premier - la fase verde è soggetta a misure igieniche generali come indossare mascherine, garantire il distanziamento sociale, ... La fase verde ci ha accompagnato in estate, da maggio in poi, quando abbiamo controllato l'epidemia. Fino all'inizio dell'autunno, quando la situazione è peggiorata in Slovenia, così come nell'intera Europa, per cui abbiamo iniziato a porre in essere le misure che fanno parte della fase arancione». Il primo parametro, ampiamente utilizzato in tutto il mondo e in Europa, è il numero di abitanti covid-positivi per 100.000 abitanti, un rapporto utilizzato a livello internazionale, paragonabile a un numero sufficiente di test. «Un parametro centrale molto più importante - ha però precisato Janša - è la capacità del sistema sanitario, il cui indicatore chiave è il numero di letti che abbiamo a disposizione per i pazienti affetti da Covid-19».

Situazione negli ospedali che però sta diventando già molto critica nel Paese a causa dei contagi tra il personale medico e paramedico. All’ospedale di Jesenice è scoppiato un focolaio con 24 contagiati, tra cui due medici e il resto sono personale infermieristico. L’ospedale ha chiuso due reparti, quello di medicina interna e di ginecologia, dove sono stati contagiati anche tre pazienti. Difficile la situazione anche al Centro clinico universitario di Lubiana con 10 contagi, mentre al nosocomio di Maribor i contagi sono 11. —

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