La didattica a distanza e l'aprirsi di spazi comunicativi inattesi

Luci e ombre della modalità di insegnamento remota imposta dall'arrivo della pandemia

TRIESTE Pur avendo ripreso le lezioni in presenza, a scuola non abbiamo abbandonato la didattica a distanza, stanti i problemi, nel mio liceo come in molti altri istituti, della mancanza di spazi adeguati a garantire il necessario distanziamento fisico.

Qualche giorno fa riflettevo con i miei studenti sulle differenze tra le lezioni in presenza e quelle da remoto. Apparentemente la lezione online è più “democratica”: sullo schermo del computer, l’icona del docente è uguale, per dimensioni e posizione, a quella di tutti gli altri partecipanti alla chat, cioè gli studenti. Non emerge una superiorità dell’insegnante. Non c’è più la pedana, quella che nell’aula fisica di una volta poneva la cattedra a un livello più alto rispetto ai banchi. Gli studenti possono addirittura togliere la parola all’insegnante (come a qualunque altro partecipante), chiudendogli il microfono: cosa che, all’inizio dell’esperienza della didattica a distanza, i più indisciplinati ogni tanto si divertivano a fare.


Però la lezione telematica non può che essere molto tradizionale. Mentre negli ultimi anni si è puntato parecchio sulla classe capovolta (in inglese “flipped classroom”), sull’apprendimento cooperativo e sull’educazione tra pari, la didattica online favorisce soprattutto la modalità di insegnamento più antica, vale a dire la lezione frontale. Il docente e gli studenti sono posti l’uno di fronte agli altri. Non è consentito cambiare il modo di relazionarsi. Non è possibile, per l’insegnante, porsi “a fianco” dei suoi studenti. Come facevo, per esempio, quando dovevo correggere gli elaborati dei ragazzi, che chiamavo alla cattedra per rileggere i testi insieme, facendo così più facilmente notare loro gli errori. Ora non si può più fare, sempre per le regole del distanziamento fisico.

Tuttavia la didattica online apre spazi di comunicazione inattesi. Finita una lezione a distanza, a meno che ne cominci subito un’altra, qualche ragazzo si ferma sempre a fare due chiacchiere. L’altro giorno sono rimasto al computer a parlare con Davide per più di un’ora. È un ragazzo di quarta, piuttosto irrequieto, tanto da non essere particolarmente simpatico ad alcuni colleghi. Eppure ha una certa curiosità culturale e ama molto la lettura. Mi ha chiesto informazioni su libri e autori che ha letto o che vorrebbe leggere. Ci siamo confrontati e gli ho dato qualche indicazione.

Prima di salutarci mi ha detto: «Vede, professore, a scuola non avremmo mai parlato così a lungo». Come si dice? Non tutto il male viene per nuocere. —

10 - continua

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