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«Orbán non può essere battuto da un normale esito delle urne»

Stefano Bottoni, ex docente all’Accademia ungherese delle Scienze, conferma lo strapotere politico del premier. «Ha creato un vero e proprio Stato-partito»

Mauro Manzin
3 minuti di lettura
Il professor Stefano Bottoni studioso della politica ungherese 

TRIESTE Sottovalutato dall’Unione europea all’inizio della sua ascesa al potere. Oggi coinquilino “scomodo” della stessa Unione. È la parabola politica, o meglio, geopolitica del premier ungherese Viktor Orbán di cui parla ampiamente nel suo volume Orban, un despota in Europa il professor Stefano Bottoni, dal 2009 al 2019 docente all'Istituto di storia dell’Accademia ungherese delle Scienze a Budapest e attualmente ricercatore all’Università di Firenze. Bottoni sarà ospite assieme al professor Roberto Ruspanti dell’Università di Udine al Webinar organizzato da Azione, che si terrà domani alle 18 sul profilo Facebook Trieste in Azione / 0100 658126 3587.

Professor Bottoni nell’ottica del fenomeno Orbán in Ungheria come spiega la forza dei partiti di destra nel cuore di quello che fu il blocco sovietico in Europa prima del 1989?

Non è un caso che la contestazione più radicale all’ordine liberale post-1989 venga dai due paesi dell’Europa centro-orientale, Polonia e Ungheria, dove la transizione al sistema democratico e al multipartitismo avvenne in modo pacifico e mediato. Nella retorica del PiS polacco e del Fidesz ungherese il tema della “rivoluzione tradita” nel 1989 è un elemento ricorrente. Le destre al governo oggi erano parte dell’opposizione anticomunista ma non si riconoscono negli esiti del cambiamento. Mi sembra un dato dal quale dover partire per elaborare una riflessione.

Il primo ministro ungherese Viktor Orban 


Orban è il chiaro protagonista di quella che Predrag Matvejevic chiamava “Democratura”, qual è l’insidioso confine tra democrazia e dittatura oggi?

È un confine poroso. Per definire il sistema di Orbán nell’ultimo decennio si è parlato di “democrazia selettiva”, o “elettorale”, o seguendo la definizione data nel 2014 dallo stesso Orbán, “illiberale”. Altri parlano di “autocrazia elettorale” o di “regime ibrido”, come a sottolineare la sospensione del sistema fra la moderna democrazia rappresentativa fondata sulla separazione dei poteri e il rispetto delle minoranze e una pratica di potere assolutistica, basata sul controllo totale degli apparati statali e sul desiderio di sottomettere a sè i corpi sociali intermedi.

C’è il rischio che in questi tempi di pandemia, nel nome della salute pubblica, personaggi come Orbán e penso a Janša in Slovenia o a Babis in Cechia, finiscano con l’indebolire l’ingranaggio della macchina democratica per accumulare maggiori poteri forti sulla propria persona?

È un rischio reale ma, a essere sinceri, non dobbiamo uscire dal nostro recinto per trovare esempi altrettanto preoccupanti. La decretazione d’urgenza (Dpcm) elevata a prassi normale e la proroga ormai indefinita dello stato d’emergenza segnalano anche in Italia e in altre democrazie consolidate il problema del rapporto fra governanti e governati. Da questo punto la pandemia è anche uno straordinario laboratorio di politiche pubbliche, più o meno democratiche e più o meno efficaci, ma anche un esperimento sociale di portata planetaria.

Il premier magiaro ha più volte sfoggiato in pubblico la cartina geografica storica che costituisce un po’ l’idea di una Grande Ungheria. Assomigliava maledettamente a Slobodan Milosević di qualche decennio fa che parlava di Grande Serbia….

Capisco la suggestione ma credo che il parallelo non regga sul piano dell’analisi storica. Milosević nel 1989 era un comunista nazionale serbo a capo del principale stato successore della Jugoslavia socialista in via di disintegrazione. Comandava un esercito possente ed esercitava una discreta presa sulla popolazione ma si ritrovò presto isolato sul piano internazionale e condusse il paese al disastro, oltre a macchiarsi di crimini di guerra. Orbán ha partecipato alla tavola rotonda del 1989, è stato vice-presidente dell’Internazionale Liberale e poi del Partito Popolare Europeo, guida un paese membro dell’Ue e dalla Nato, profondamente integrato nell’economia globale. Trianon è per lui, come per tanti ungheresi, un dolore destinato a non scomparire ma in lui non domina una forma di rivincita militare quando il desiderio di rimettere l’Ungheria al centro del bacino carpatico e di aumentare l’attrattività di Budapest sulle regioni ex ungheresi come la Voivodina serba.

Nell’Europa dei Balcani occidentali c’è tutta una problematica di confini nazionali che tagliano importanti minoranze etniche. Potrebbe tutto ciò, con la benzina dei sovranismi capitanati da Orbán, innescare pericolose scintille?

Non credo, perché Orbán segue una linea di pragmatica doppiezza in merito. Da un lato promuove il culto dell’ingiustizia subíta nel 1920, dall’altro la sua politica di vicinato si caratterizza per un pragmatismo estremo che lo porta a coltivare al momento ottimi rapporti con tutti i vicini tranne che l’Ucraina, a causa del divieto di Kiev alla doppia cittadinanza, e la Romania, guidata da un presidente e da un governo liberali e molto vicini sia a Washington che a Berlino. Chi ricorda tuttavia a quali abissi erano precipitati questi rapporti bilaterali e regionali nella prima metà degli anni Novanta dovrà ammettere che la situazione attuale, pur lungi dall’essere ideale, è molto lontana da quelle tensioni.

Orbán riuscirà a sopravvivere a se stesso? Possiamo parlare di “orbanismo”?

È la domanda che si fanno osservatori e comuni cittadini. Partiamo da due dati oggettivi. Orbán ha 57 anni e dopo le elezioni politiche del 2018 aveva dichiarato di progettare fino al 2030. Deprimente ma realistico, dal punto di vista degli oppositori. Bisogna inoltre ammettere che nel corso degli ultimi dieci anni il sistema si è formato e iniziato a mettere radici economiche, culturali e sociali sempre più profonde. Non è al momento immaginabile un cambio di governo che passi attraverso un normale processo elettorale. Orbán e il suo partito-stato hanno assunto un tale controllo sulla vita pubblica che non accetterebbero di abbandonarlo. L’opposizione è sempre più debole, le mancano non solo gli strumenti mediatici e le risorse economiche ma anche un’idea di paese, un messaggio forte che vada al di là del rifiuto dell’esistente. Come è successo per tutti i sistemi politici e sociali ungheresi dell’ultimo secolo (dalla Monarchia dualista al sistema di Horthy, dallo stalinismo di Rákosi al socialismo moderato di Kádár), anche il sistema di Orbán crollerà o imploderà lasciando vittime – spero solo metaforiche, macerie e tante domande aperte. —

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