Centauro morto nello schianto con il bus, scagionato l’autista: «Non ebbe colpe»

Accolta dal gip la richiesta di archiviazione avanzata dal pm del fascicolo per omicidio colposo a carico del conducente

TRIESTE. Può finalmente tirare un sospiro di sollievo l’autista dell’autobus coinvolto nel drammatico incidente dello scorso 30 luglio in Strada per Basovizza, dove aveva perso la vita il cinquantasettenne triestino Fabio Lugnani, finito contro il bus in sella a una moto Bmw di grossa cilindrata. Il conducente del bus contro cui il centauro si era schiantato, il quarantacinquenne A.N., è stato scagionato dall’accusa di omicidio colposo avanzata inizialmente dalla Procura. In questi giorni il pm Cristina Bacer ha proposto l’archiviazione del fascicolo, accolta dal gip Luigi Dainotti.

Caso chiuso, dunque. Non è stata nemmeno necessaria una perizia tecnica suppletiva: i rilievi della Polizia locale sul luogo della tragedia, accompagnati da una memoria del legale che difende l’indagato (l’avvocato William Crivellari), sono stati sufficienti per togliere qualsiasi dubbio sulla dinamica dell’incidente. Dinamica che ha escluso qualsiasi forma di responsabilità da parte del conducente della Trieste Trasporti.


Il primo dato è piuttosto chiaro: il motociclista correva. Sebbene nel fascicolo non si trovi traccia della velocità esatta alla quale viaggiava Lugnani, di professione vigile del fuoco, dalle ricostruzioni è emerso che il centauro andava di gran lunga oltre i limiti. Era circa l’ora di pranzo. Lugnani stava percorrendo in moto la statale 14, in Strada per Basovizza, verso il bivio H. Aveva improvvisamente perso il controllo del suo mezzo nei pressi delle cave, poco sopra l’abitato di Longera.

Era accaduto all’altezza di una curva, presa a velocità sostenuta e troppo larga. L’uomo aveva sbattuto violentemente contro l’autobus, la 51, che in quel momento stava sopraggiungendo in discesa, sulla corsia opposta, cioè dal Carso verso il centro città. Un impatto devastante. Lugnani aveva perso la vita sul colpo. La motocicletta era ormai quasi irriconoscibile.

I successivi accertamenti avevano dimostrato che il vigile del fuoco era finito contro il bus frontalmente, sul lato del conducente e poco oltre il faro sinistro. In buona sostanza a una ventina di centimetri dallo spigolo del muso dell’autobus. Detta in altri termini, lo schianto probabilmente si sarebbe potuto evitare per un pugno di centimetri. Le telecamere di bordo avevano ripreso tutta la scena. L’autista della Trieste Trasporti, vedendosi arrivare addosso la moto come un missile, aveva tentato di sterzare a destra uscendo dalla propria carreggiata, ma invano: nonostante la disperata manovra non era riuscito ad evitare lo scontro.

La moto era rimasta incastrata sulla parte anteriore del mezzo pubblico, mentre il vigile del fuoco era stato sbalzato sull’altro lato, finendo sul muretto che delimita il bordo della strada e la vegetazione. Nello stesso incidente era rimasto coinvolto anche un altro motociclista, amico e collega di Lugnani, che lo seguiva subito dopo. Ma non si era fatto niente: soltanto qualche ferita ed escoriazione. All’interno dell’autobus c’erano tre passeggeri, fortunatamente illesi. L’autista della 51, comprensibilmente sotto choc, era stato invece ricoverato a Cattinara.

Nella sua memoria difensiva l’avvocato Crivellari aveva evidenziato il corretto comportamento del conducente della Trieste Trasporti. Una versione di fatto confermata dal pubblico ministero titolare del fascicolo: «Il sinistro appare ascrivibile all’esclusiva responsabilità del della defunta persona – queste le conclusioni del pm Bacer contenute negli atti – la quale ha invaso la corsia di marcia ed è andata a collidere contro l’autobus che vi transitava». 


 

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