Patuanelli blinda il patto con Amburgo e rilancia in parallelo la Via della seta

Il ministro: «La Cina può essere partner del porto senza inficiare il rapporto con gli Usa». E Bono sprona la politica 

TRIESTE. Sospesa tra progresso e declino. Appare così l’Italia raccontata ieri a Link dal ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli e dall’amministratore delegato di Fincantieri Giuseppe Bono, dalle cui parole esce il ritratto di un paese affacciato sulle opportunità della ripartenza post-Covid, ma anche imbrigliato da difetti che affondano le radici lontano. E allora le riflessioni sul modo di utilizzare il Recovery Fund diventano il modo per mettere a confronto ottimisti e pessimisti, per dialogare sulle priorità dell’economia nazionale e per ragionare sul ruolo del Nordest.

Non era occasione per annunci roboanti, ma dalle parole di Patuanelli una notizia emerge e riguarda il porto di Trieste. Il ministro parla in videoconferenza e torna sull’arrivo di Amburgo nella Piattaforma logistica, riconoscendo che oltre a un «accordo tra privati in cui lo Stato non deve mettere le mani, c’è anche una connotazione geopolitica», che tuttavia per il responsabile del Mise non chiude la porta ai capitali cinesi.

«Ho sempre sostenuto – dice Patuanelli – che la Cina può essere partner commerciale del porto di Trieste e si potranno sviluppare accordi con operatori cinesi e magari con China Merchans alla presenza di Amburgo», senza che questo infici il «rapporto privilegiato che l’Italia ha con gli Stati Uniti».

Sulla Piattaforma logistica potranno insomma esserci sviluppi connessi alla Via della seta, ma è soprattutto sui fondi europei che si concentra l’intervento di Patuanelli, che per prima cosa invita a non illudersi che i finanziamenti comunitari siano salvifici, perché «l’extradeficit fatto quest’anno per affrontare l’emergenza pesa cento miliardi e il Recovery Fund ne vale duecento: non vorrei ci fossero aspettative così profonde».

Il ministro assicura che il governo eviterà finanziamenti a pioggia, puntando sulla «transizione nella direzione della sostenibilità e del cambio di fonti energetiche», nonché su «innovazione e digitalizzazione, perché a casa di ogni cittadino e di ogni impresa va portata una connessione stabile e veloce o restiamo fuori dalla possibilità di innovarci».

Questo sarà il ruolo del Mise, ma l’esponente triestino del M5s riconosce che l’impegno dovrà essere anche su scuola e sanità. Intanto, nell’ambito del suo dicastero, Patuanelli si sta confrontando con le grandi aziende partecipate per raccogliere «molte idee che stiamo organizzando». E se sul Recovery Fund il ministro non ha dubbi, sul Mes ripiega sulla linea pentastellata: «In questo momento non è necessario attivarlo. Si deciderà dopo un dibattito parlamentare serio, ma ritengo che le condizionalità sospese non siano sufficienti a dirci che, una volta terminata la sospensione del patto di stabilità, non entreremo in una spirale simile a quella greca. In caso di ingresso nel programma, bisognerà chiedere con forza la sospensione indeterminata delle condizionalità».

Per Bono, gli sforzi saranno tuttavia vani se non interviene un possente cambio di mentalità: «Speriamo che gli impegni del governo non restino solo impegni. Il problema è che in Italia stiamo vivendo su quanto fatto negli anni ’50 e ’60, mentre successivamente non ci sono stati abbastanza atti di coraggio e abbiamo cominciato a pagare».

L’ad di Fincantieri incalza il ministro: «Il problema è creare la ricchezza da redistribuire e bisogna partire dai settori fondamentali. Diciamo che vogliamo portare la banda larga nei piccoli comuni dove ci sono ormai quattro vecchi, ma il paese ha bisogno d’altro. Il dibattito sul Mes mi interessa poco, mentre mi interessa capire cosa faremo per scuola, sanità e industria: ma serve certezza e uniformità del diritto, perché non è possibile che a Monfalcone non si riesca a fare lo scavo del canale». Bono è pessimista sulle sorti di un Italia in cui «i genitori si alleano coi figli invece che con gli insegnanti» e si lascia andare a una boutade: «Il futuro di Fincantieri? Non esisterà una Fincantieri in Italia: spero, ma non credo ci siano le condizioni se continua così».

Il dibattito si sposta quindi sul ruolo del Nordest. Secondo il direttore del Piccolo Enrico Grazioli, per battere la crisi Covid bisogna per prima cosa avere un governo stabile e un’Europa compatta, ma «se superiamo l’impasse una speranza diversa toccherà da vicino il Nordest, che ha possibilità straordinarie se recupera la capacità di essere frontiera, assumendo cioè uno sguardo aperto sull’Est, che sarà la parte più vivace del nostro continente. Il Nordest è stato considerato una locomotiva del paese e ha dimostrato di essere uno dei territori leader durante la pandemia: qui oggi si può dare una gerarchia di progetti e temi da presentare al governo e all’Ue. Quest’area chiede infrastrutture e digitalizzazione».

Come dice la presidente di Crédit Agricole Friuladria Chiara Mio, infatti, «il Nordest è poco accessibile, con una connessione merci e persone tremenda». Patuanelli fa come tutti i ministri che lo hanno preceduto e rassicura: «Io mi immagino due porti che possano finalmente smettere di farsi la guerra e uno sviluppo infrastrutturale soprattutto del profondo Est, perché vanno velocizzati i collegamenti fra Trieste e il resto del mondo». Ma, come detto dallo stesso ministro a inizio collegamento, i fondi del Recovery non sono infiniti e bisognerà darsi delle priorità. 


 

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