Chance tedesca in porto, ma Trieste faccia di più

Uomini e donne al vertice di Piattaforma logistica Trieste: Philip Sweens e Angela Titzrath (porto di Amburgo), Francesco Parisi e Vittorio Petrucco (Icop) Foto di Massimo Silvano

L’alleanza con Amburgo può far svoltare lo scalo. La città poi deve metterci altro senza cullarsi sui moli

TRIESTE. Siamo partiti cinesi e arriviamo tedeschi. Un curioso destino per il porto di Trieste, che completa la grande partita (o meglio la preparazione) del suo sviluppo internazionale in modo opposto da come l’aveva intrapresa, ma con ambizioni altrettanto importanti e un partner di pari livello mondiale. cambio in corsa Non sarà dunque il governo di Pechino a gestire piattaforma logistica, riconversione della Ferriera e costruzione e conduzione del futuro Molo VIII – ovvero il più grande investimento mai concepito nella pur non trascurabile storia del nostro scalo – bensì la società di gestione del porto di Amburgo (che è dieci volte il nostro), quotata in borsa in Germania e controllata dal Comune anseatico, secondo il modello tipico e molto ben funzionante di “capitalismo renano”.

Diplomazia internazionale

E che a ordire l’epilogo sia stata la componente politica, con Berlino preoccupata quanto Bruxelles e Washington dell’invasività della Via della Seta cinese che avrebbe avuto in Trieste una fondamentale testa di ponte europea; oppure quella economica, con lo scalo di Amburgo desideroso di sbarrare le rotte ai porti concorrenti estremo-orientali costruendo un’inedita alleanza tra i mari del Nord e il Mediterraneo; che sia stata l’una o l’altra, o com’è probabile una felice combinazione delle due, quel che ne esce è un riassetto strategico dei traffici marittimi europei finora concorrenziali, una sorta di Unione europea dei Mari in grado di esaltare la posizione geografica (e gli alti fondali) di Trieste con concretezza sonante, dopo decenni di ciance al vento.

Ragione da vendere

Aveva ragione da vendere il presidente dell’Authority, Zeno D’Agostino, nel dibattito sul tema svoltosi nei giorni scorsi a Link con Roberto Dipiazza e Alessia Rosolen, nel sottolineare l’importanza della fantasia nel disegnare un futuro per il territorio: la capacità d’immaginare il domani, che sempre precede quella di farlo accadere, è dote rara. Solo Rotterdam e Amburgo avrebbero potuto contrapporsi con pari forza all’opzione cinese. Con l’una era già andata male vent’anni fa; non restava che l’altra, una scelta di prim’ordine e quanto mai affine – il che non guasta – con la storia e la cultura della città. Sbarcando e imbarcando in cima all’Adriatico, le merci da e per il Sud del mondo risparmieranno diversi giorni di navigazione rispetto al Mare del Nord. E se tutto si svilupperà come promette, siamo pronti a credere che un corridoio ferroviario da qui ad Amburgo sarà il mercato a costruirlo, rendendo ragione a un’altra felice intuizione di D’Agostino, quella di ambire a essere il porto d’Italia meglio servito da binari: a ciò servirà l’area della Ferriera riconvertita.

Scenari e investimenti

Sembra quasi uno scenario irreale: nel mezzo della più grave crisi economico-sanitaria che si ricordi, un investimento a Trieste stimabile a regime in un miliardo di euro, il più grande in anni recenti (e certamente di questi tempi) programmato da un’impresa straniera in Italia, in joint-venture con una gloriosa compagnia triestina (Parisi) e un coraggioso imprenditore friulano (Petrucco). E allora, per calare il tutto nella realtà, dobbiamo anche prendere atto che la città, per quanto al porto sia legata, non potrà mai vivere di solo porto. Basti considerare i circa 500 nuovi posti di lavoro previsti: significativi e da benedire, ma con il rapporto ben poco incoraggiante di uno per ogni milione investito nella prima fase.

Inventare, generare, attirare, produrre

Dobbiamo inventare, generare, attirare e produrre di più: il porto non basta, né mai basterà. Per questo sarà fondamentale – altro tema emerso a Link – quel che accadrà fuori dal porto: le imprese che saremo capaci di stimolare e attrarre, il punto franco che saremo capaci di far funzionare se a Roma sbloccheremo gli infiniti impicci burocratici e doganali che lo tarpano, il sistema città che offriremo tra scienza, mare e turismo in un mondo tornato normale: non in porto, ma anche grazie al porto e con il basilare corollario del vecchio scalo ridato a nuova vita. A completare il puzzle ci vorrà un delicato incastro di tasselli. Ma nel mondo di oggi non si vince con una carta sola.

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