Colombin, ora si spera in nuovi imprenditori

Un’immagine esterna della Colombin, la società di tappi di zona industriale sequestrata dalla magistratura. Foto Andrea Lasorte

Col fallimento della spa la palla passa alla newco “1894 srl”, che ha in affitto il marchio, lo stabilimento e i 72 dipendenti

TRIESTE Il fallimento della “Colombin & figlio spa”, dichiarato martedì 22 settembre dal Tribunale su richiesta della Procura, è solo il primo atto di una vicenda che, sotto il duplice profilo giudiziario ed economico, deve ancora concludere il suo iter.



Siamo davanti a due realtà societarie distinte: perché marchio, stabilimento, dipendenti erano stati “affittati” dalla vecchia spa alla newco “Colombin 1894 srl”: ora, saltata la controllante, sono imminenti ulteriori decisioni che riguarderanno il contratto di affitto e gli amministratori in carica. Ricordiamo che il cda è composto dal presidente senatore Andrea Causi, dal consigliere delegato Roberto Bergamo, dall’avvocato bolognese Alessandro Monti.


Il dossier è sempre sul tavolo del curatore Mario Giamporcaro, che si rapporta con il Tribunale, al quale spetta dare disco verde sugli sviluppi della situazione aziendale.

La “1894”, la data che segna l’inizio della produzione di tappi da parte della Colombin, ha 72 dipendenti, la quasi totalità dei quali è interessata dalla Cassa integrazione Covid. Una decina di addetti ha operato in agosto per tenere attiva la fabbrica: addetti che non sono stati ancora pagati.

I sindacati hanno convocato giovedì 24 settembre un’assemblea allo scopo di informare le maestranze sulle ultime notizie e sulle possibili ripercussioni di carattere produttivo-occupazionale. Giorgio Lazzarini (Filca Cisl) e Andrea Di Giacomo (Feneal Uil) attendono “ad horas” le indicazioni di Giamporcaro sul futuro immediato dello stabilimento. L’obiettivo delle sigle è ottenere 12 mesi di Cassa straordinaria collegati alla chiusura dell’attività, per attenuare le ricadute negative sui lavoratori. Verrà poi aggiornato l’assessorato competente della Regione. Ma l’auspicio di Lazzarini e Di Giacomo è che possa manifestarsi un interesse imprenditoriale a non gettare alle ortiche un patrimonio aziendale con oltre 100 anni di storia.



Si è trattato di un vero e proprio “settembre nero” per la Colombin, che comunque da dieci anni non se la passava bene. L’inchiesta della Procura sulle fideiussioni “cipriote”, con le quali il fondo inglese Gepro aveva acquistato i terreni ex Veneziani, ha portato prima al sequestro della fabbrica in zona industriale, poi alla richiesta di fallimento. Impossibile, alla luce di queste premesse, procedere con il concordato, che prevedeva la presentazione di un piano industriale entro il 29 ottobre.

La proprietà, che all’inizio dell’anno aveva rilevato il controllo dell’azienda, faceva capo alla Ge.Co. di Salvatore Tuttolomondo per il 70%, mentre un 23% afferiva al vecchio titolare Rahhal Boulgoute. L’imprenditore marocchino si è rifatto vivo ultimamente con un piano di salvataggio che non ha convinto i sindacati, memori di molte promesse e di non altrettanti riscontri.

Nel ginepraio era caduto anche il commercialista veneziano Giovanni Loi, amministratore unico della “spa”, dimessosi a fronte della differenza tra la situazione effettiva e quella che gli era stata prospettata. —


 

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