Riparare le parole: una sfida culturale

Uno dei compiti culturali che sarebbe opportuno assumerci, nell’attuale contingenza lassista e litigiosa, è “riparare le parole” che adoperiamo. Se ne è parlato a Bologna nell’ambito di una serie di lezioni dedicate alla questione del “riparare”. Già solo quest’ultima è una parola su cui riflettere. Cosa intendiamo per “riparare le parole”?

Un aggiustare le parole che usiamo di solito come se fossero strumenti che si inceppano e vanno rimessi a posto? Vedere magari in tale operazione anche una componente personale, come se fosse intervenuta una nostra mancanza che è necessario riconoscere e correggere, qualcosa di simile a una insufficienza che dobbiamo rimediare? Ma c’è anche dell’altro, perché il termine “riparare” richiama l’idea di un riparo e allude a un proteggere le parole: difenderle cercando di averne cura, non lasciarle cadere nel pantano delle banalità fino a farle diventare, come accade, parole volgari. Qui soprattutto si gioca la sfida etica e si riassume l’urgenza del nostro compito culturale.


Questa idea di riparo dovrebbe attraversare tutti i passaggi appena elencati. Non basta un’attenzione al nostro parlare che ne corregga gli eccessi, quasi si trattasse di una riverniciatura stilistica per introdurre le buone maniere. Non basta neppure che respingiamo lontano da noi le volgarità che ormai sono annidate nella vita quotidiana e che cavalcano così spesso la scena pubblica, sulla spinta di quella parte della comunicazione mediatica che prende esempio dal carattere irriflesso delle esternazioni. Ci siamo dentro quasi tutti, è innegabile, ma il punto consiste nel “come” possiamo tentare di uscirne fuori.


Non è solo un problema che riguarda la correzione di alcuni termini spiacevoli che dilagano: non ce la caviamo con una lista di proscrizione delle parole “cattive” da mettere al bando attraverso una sorta di censura o igiene linguistica. Se ci limitiamo a dire ai nostri figli «non adoperate quella brutta parola», sfioriamo solo la questione: magari ci sentiamo a posto con la coscienza, ma il problema resta uguale perché i preadolescenti hanno molte fonti cui attingere nella normale esperienza, e lì i termini pesanti circolano abbondantemente.


Per capire cosa possa significare la “riparazione” di cui stiamo parlando bisogna riuscire a fare altre mosse. Occorre accorgersi che le parole “buone”, quelle che solleviamo sopra le altre pensando che siano immuni, si stanno esse stesse svuotando fino a perdere tutto il loro senso. Per esempio, ripetiamo di continuo la parola “libertà” (mi limito a questo caso, ce ne sono tanti altri), pensando che basti nominarla; tuttavia ogni giorno di più libertà tende a diventare parola vuota, soffio senza consistenza al quale attribuiamo qualsiasi concretizzazione ci piaccia, cosicché questa parola che era “alta” si abbassa fino a voler dire tutto e niente: al punto di perdere qualunque capacità di comunicazione.


Dovremmo allora tapparci la bocca e stare zitti? Potrebbe, in molte occasioni, essere una mossa opportuna perché rallenterebbe almeno un po’ la fretta autolesionistica del discorso. Correndo, scorrendo sempre più velocemente, le parole si annientano da sole, quelle alte e quelle basse si mescolano nel medesimo gorgo, come l’acqua in un lavandino quando togliamo il tappo. E se, anziché toglierlo, fossimo proprio noi a innestare un simile tappo? Eccoci arrivati vicino al passaggio decisivo della questione. Che consiste, forse, nell’accorgersi che, finché procediamo così, cioè come semplici emettitori di un flusso di parole, dirette più a noi stessi che agli altri, non costruiamo nessun “riparo”, semmai ci accontentiamo di esporci al gorgoglio del flusso.


Prendersi cura delle parole vuol dire salvaguardarle, proteggerle, tenerle lontane dalla dispersione e dallo svuotamento cui di continuo sono sottoposte, dare alle parole con le quali ci identifichiamo un peso effettivo. Non devono essere troppe e non dobbiamo pronunciarle in modo rapido e superficiale. Anzi, dovremmo combattere contro l’impulso usurante che tende ovunque a svuotarle: far sì che le “nostre” parole non vengano frantumate a forza di ripeterle ossessivamente sulle piazze mediatiche.


Averne cura e proteggerle nello stesso modo in cui si proteggono e si ha cura dei “beni” a noi cari, perché, altrimenti, smarriremmo noi stessi privandoci delle bussole che adoperiamo per orientarci. Uno sguardo ai modelli che hanno fatto la grande storia del pensiero basterebbe a farci capire che i pensieri importanti girano sempre attorno ad alcune parole che li caratterizzano e senza le quali cadrebbero dalla memoria collettiva. Se entriamo in queste parole-chiave, le scatole filosofiche si aprono subito dinnanzi a noi, ma sarà poi necessario capire come sono state protette e appunto messe al riparo attraverso una cura paziente e continuata.
Cose vecchie, ormai bruciate dalla nostra fretta? Se è un compito arduo, per noi, tornare a una simile riflessività linguistica, questo non significa che si tratti di una via bloccata una volta per tutte. Dovremmo forse rassegnarci al fatto che ormai non ci resta che parlare a vanvera? –
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