Porto di Trieste, schiaffo di Washington al colosso cinese Cccc. E la Via della Seta trema

Il Dipartimento di Stato Usa ha messo al bando la compagnia pubblica di Pechino con cui l’Authority ha firmato il Memorandum d’intesa rimasto finora sulla carta

TRIESTE Non bastasse la pandemia, un altro duro colpo si infrange sulla possibilità di chiudere le intese con la Cina riguardanti il Porto di Trieste.

Il Dipartimento di Stato americano mette nella black list China Communications and Construction Company, la gigantesca compagnia pubblica con cui nel marzo 2019 l’Autorità portuale ha firmato il Memorandum d’intesa sulla Via della Seta e principale braccio operativo di Pechino nella realizzazione delle infrastrutture dell’iniziativa One belt one road. La decisione mette i bastoni fra le ruote anche a Fincantieri, perché tra le società messe al bando figura China Shipbuilding Group, con cui nel 2018 è stato siglato un accordo di collaborazione per la costruzione di navi in Asia.



Il comunicato di Micheal Pompeo non va per il sottile: «Cccc e le sue sussidiarie sono coinvolte in corruzione, prestiti predatori, distruzione ambientale e altri abusi in varie parti del mondo». Dopo un comunicato del genere e il riallineamento del governo Conte bis alla fedeltà atlantica, il Dragone pare allontanarsi sempre più da Trieste. Anche il presidente dell’Autorità portuale Zeno D’Agostino manifesta pessimismo, pur sapendo che l’esposizione mediatica legata alla firma del Memorandum è servita ad attirare grande attenzione sullo scalo. Il tamburo mediatico che accompagnò la sottoscrizione dell’accordo tra Authority e Cccc ha tuttavia lasciato il passo prima all’attesa di sviluppi e poi a una stasi spiegata con l’esplosione del coronavirus, ma che ha molto a che fare con lo scontro geopolitico tra Stati Uniti e Cina.



Trieste è solo un tassello in una scacchiera di dimensioni globali e la scintilla che ha provocato l’intervento americano contro Cccc è scoccata nel lontano Mar cinese meridionale: Pechino ne rivendica la sovranità, mentre Washington definisce le pretese «illegali», «prepotenti» e «destabilizzanti», sulla scorta di una sentenza della Corte di giustizia dell'Aia, che ha dato ragione ai Paesi del Sudest asiatico affacciati su quelle acque, dove la Cina ha costruito isole artificiali e basi militari, grazie all’opera di Cccc e di una serie di società controllate. «Gli Stati Uniti – recita la nota di Pompeo – sostengono un Mare cinese meridionale libero e aperto».

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Il Dipartimento di Stato imporrà il divieto di ingresso ai cittadini cinesi «complici della costruzione o della militarizzazione degli avamposti nel Mar cinese meridionale», ma ciò che più conta per Trieste è l’iniziativa assunta contro Cccc. «Il Dipartimento del commercio – continua il comunicato Usa – ha aggiunto 24 società pubbliche cinesi alla Entity list, incluse diverse (cinque, ndr) sussidiarie di Cccc». Per fare affari con le società inserite nel libro nero, le imprese statunitensi dovranno chiedere un esplicito permesso al governo. Il messaggio di Pompeo è chiaro: «Non si deve permettere alla Cina di usare Cccc e altre società pubbliche come armi per imporre un’agenda espansionista».

Difficile che in questo clima internazionale il confronto fra Autorità portuale e Cccc possa andare avanti. In ballo c’erano i tre punti del Memorandum: una partecipazione cinese allo sviluppo ferroviario dello scalo, l’ingresso dell’Authority nella società di gestione dell’interporto slovacco di Košice e il progetto per l’export di vino in Cina. Quest’ultimo era in fase avanzata di pianificazione, tanto da essere oggetto di un secondo accordo firmato in Cina alla presenza del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, con l’obiettivo di utilizzare alcuni terminal asiatici per esportare prodotti dell’enogastronomia italiana nel Far East.

La questione riguarda anche Fincantieri, perché fra le sussidiarie di Cccc c’è anche China Shipbuilding Group, con cui l’ad Giuseppe Bono ha firmato nel 2018 un accordo per l’ampliamento della cooperazione industriale, con l’obiettivo di realizzare direttamente in Cina navi da crociera pensate espressamente per il mercato asiatico. L’intesa prevede anche una serie di progetti congiunti di ricerca e sviluppo, ma gli Usa non vedono certo di buon occhio la possibilità di un trasferimento alla Cina di know how occidentale. L’intervento americano ha d’altra parte l’intento di fungere da deterrente, spingendo i Paesi alleati a riconsiderare i propri accordi con le imprese messe al bando. La Via della Seta in chiave triestina potrebbe dunque essere già arrivata al capolinea. —
 

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