Il triestino bloccato in parete: «La mia notte tra sete e sonno»

Nel cerchio rosso il giovane triestino all’interno del riparo sulla parete

Il giovane dopo la disavventura nel gruppo del monte Peralba: «Acqua finita  e non potevo dormire per evitare rischi. All’alba ho tirato un sospiro di sollievo»

TRIESTE «Avevo sete e sonno e quando ho visto l’alba ho tirato un sospiro di sollievo». A raccontare la sua notte all’addiaccio su una delle pareti della via del Mazzilis sul campanile delle Genziane, nel gruppo del Peralba Avanza, è il giovane di 22 anni di Trieste salvato lunedì mattina dal Soccorso alpino di Sappada e Forni Avoltri dopo un’operazione di 12 ore.


«Insieme a un amico di Monfalcone – racconta il giovane, che chiede l’anonimato – eravamo partiti presto da Trieste. Abbiamo tutti e due esperienza, io ho iniziato da piccolo, e avevamo scelto una via alla nostra portata. A un certo punto abbiamo intrapreso la strada sbagliata a causa di una serie di chiodi che ci hanno portato in una zona della parete molto difficile, con roccia friabile».

Alle 19 l’orario iniziava ad essere tardo e il capocordata, il monfalconese, ha deciso di chiamare i soccorsi. «Io ero molto tranquillo – spiega il ragazzo triestino –, penso sia un lato del mio carattere. L’unico timore era che potessero cadermi dei pezzi di roccia addosso. L’elicottero ha fatto dei tentativi per recuperarmi, ma la distanza era troppo ampia a causa di una sporgenza e alla fine i tecnici hanno desistito recuperando solo il mio amico. A quel punto ho capito che avrei dovuto passare la notte lassù e mi sono trovato un piccolo riparo. La mia corda era in sicurezza quindi i rischi erano molto pochi».

Nello zaino cibo e un maglione: «L’acqua l’abbiamo finita purtroppo durante la scalata perché faceva molto caldo. Ho preferito non mangiare per poi non aver bisogno di bere. Ogni due ore parlavo a distanza con i soccorritori (una squadra arrivata via terra, ndr) che erano sulla vetta del campanile. Il cellulare era spento per non consumare la batteria. Ero tranquillo, avevo solo tanto sonno, sapevo però di non poter dormire per non rischiare di scivolare e restare appeso tutta la notte alla corda». Il tempo sembrava non passare mai, poi le prime luci dell’alba e la consapevolezza che sarebbero riprese le operazioni di soccorso. «Penso fossero le sette del mattino quando è tornato l’elicottero che ha calato due tecnici su una terrazza sopra di me. Sono scesi uno alla volta e hanno piantato dei chiodi per la discesa. Arrivati tutti e tre su un terrazzamento in basso, siamo stati caricati dall’elicottero e portati a Sappada».

Il triestino chiaramente ha un pensiero speciale per i tecnici del Soccorso alpino: «Sono stati magnifici e non posso che ringraziarli di nuovo. Ora mi riposo un pochino e poi tornerò a scalare». —


 

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