Colombin, lavoratori in stato di agitazione

Dipendenti riuniti in assemblea dopo la richiesta di fallimento avanzata dalla magistratura. «Pronti a bussare alla Regione»

TRIESTE La Colombin è in stato di agitazione. L’assemblea dei dipendenti, convocata dai sindacati della storica società triestina produttrice di tappi, è andata in scena ieri nella sede di zona industriale.

All’ordine del giorno le contromosse da mettere in campo a partire da venerdì, quando in Foro Ulpiano (giudice Daniele Venier) verrà discussa la richiesta di fallimento dell’azienda, avanzata dal procuratore Federico Frezza assieme al sequestro conservativo degli immobili per un valore di 8,5 milioni di euro. Un provvedimento, quest’ultimo, già disposto dal Tribunale come misura cautelare pre-fallimentare dopo quanto emerso dagli accertamenti della magistratura sulle vicende societarie legate alla compravendita immobiliare.

In particolare il contratto preliminare del 2 marzo stipulato tra la Colombin & Figlio spa (venditrice) e il fondo inglese Gepro Investments Partners Ltd (acquirente). Il trasferimento al fondo inglese è avvenuto con il rilascio di una fideiussione a garanzia del pagamento: una fideiussione falsa, come si legge negli atti giudiziari. Di qui l’intervento della magistratura nei confronti dell’impresa. Un’azienda che è in crisi da anni: la maggior parte dei 72 dipendenti è in cassa integrazione e la società ha già fatto domanda di concordato.

«In questo momento – spiega Massimo Marega, segretario Fillea-Cgil – l’attività normale garantita dalla nuova società è di 5-6 persone, gli altri sono tutti in cassa integrazione. Questa è la situazione. Dopo l’udienza di venerdì capiremo se viene decretato il fallimento o se c’è ancora la possibilità per una continuità produttiva».



Quali sono dunque le prospettive per il personale? Difficile fare ipotesi, al momento. «Aspettiamo l’udienza per pronunciarci – rileva ancora il sindacalista della Cgil – ma se verrà imboccata la strada del fallimento dovremo chiedere alla Regione l’utilizzo della cassa integrazione straordinaria per cessata attività e l’avvio di percorsi di riqualificazione dei lavoratori. Non si esclude però l’ipotesi della continuità produttiva – precisa – visto che ci è stata comunicata una possibilità dall’avvocato che gestisce gli interessi di Rahhal Boulgoute (l’imprenditore marocchino che controllava in precedenza la società triestina, ndr), secondo cui ci sarebbe un interesse a proseguire l’attività.

Questo significa eliminare la nuova società e domandare una proroga di 90 giorni per la presentazione di un nuovo piano industriale che garantisca il concordato preventivo in continuità. Ma, come detto – conclude Marega – dobbiamo attendere gli sviluppi giudiziari in Tribunale. C’è poi il problema degli stipendi: non sappiamo se sono garantite le paghe, almeno quelle per chi ha lavorato nell’ultimo mese. A ciò sia aggiunge il fatto che i lavoratori non hanno ancora ricevuto i soldi della cassa integrazione». —


 

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