Mauro Giacca: «Aspettativa di vita aumentata di 35 anni, ma non si va oltre»

Mauro Giacca

Il professore di scienze cardiovascolari al King’s College di Londra e di biologia molecolare all’Università di Trieste illustra l’evoluzione della genetica ma anche i limiti che sussitono ancora nel campo

TRIESTE Da cosa dipende quello che siamo? Capire l’origine della nostra identità è da sempre una delle questioni più affascinanti per l’essere umano, che si interroga ancora sulle proprie caratteristiche e anche sull’origine, genetica o ambientale, di tratti della personalità come l’aggressività e l’ansia. Da quando il genoma umano, l’intera sequenza dei geni della specie umana, è stato completato e reso pubblico nel 2001, si è pensato di aver trovato la chiave per risolvere molti misteri della biologia. Eppure, le nostre conoscenze non sono ancora sufficienti per comprendere l’intero processo che ci tiene in vita o ci fa ammalare.

Nell’incontro di ieri intitolato “Dai geni ai genomi. Scienze, tecnologia e politica per svelare il segreto della vita”, non si è parlato solo dell’evoluzione della genetica, ma anche delle sue implicazioni etiche. Coordinati dalla giornalista e scrittrice Beatrice Mautino, sono intervenuti alcuni esperti internazionali. Mauro Giacca, Il professore di scienze cardiovascolari al King’s College di Londra e di biologia molecolare all’Università di Triesteha toccato un aspetto curioso associato alla genetica, quello dell’invecchiamento. «È come se nel nostro DNA – ha spiegato – ci fosse un’istruzione che ci fa vivere al massimo fino a circa 120 anni. Quello che noi stiamo facendo con la medicina, l’alimentazione e le tecnologia è aumentare l’aspettativa di vita e, nonostante i progressi, non tocchiamo questo muro.


«Dall’inizio del ‘900 abbiamo aumentato l’aspettativa di vita di 35 anni, ma nell’ultimo trentennio questa non è cambiata di una virgola». Insomma, è la stessa ragione per cui un topolino non vivrà mai più di 2 anni, anche se tenuto nelle migliori condizioni. «Il motivo evoluzionistico è semplice – ha continuato il professore –, riguarda il passaggio del DNA. Quando noi trasmettiamo il genoma ai nostri figli, allora diventiamo competitori per l’accesso alle risorse sul pianeta e lasciamo loro il nostro posto. Ma il perché di questo meccanismo è totalmente sconosciuto».

Michele Morgante, professore di genetica all’Università di Udine e Direttore Scientifico dell’Istituto di Genomica Applicata, ha posto invece l’accento sulla formazione scientifica delle future generazioni. «Non è un’impresa facile – ha ammesso – perché abbiamo un sistema accademico irreggimentato in settori definiti ed è difficile costruire nuovi curricoli di laurea che mettano insieme discipline diverse. C’è bisogno urgente di dialogo e allo stesso tempo di modificare il modo in cui si insegna la biologia che sta cambiando profondamente».

In collegamento virtuale, era presente anche Sheila Jasanoff, docente alla John F. Kennedy School of Government di Harvard, che ha approfondito le implicazioni etiche della scienza. —




 

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