La scuola riparte tra pollai e “baccelli”

L’aula di una scuola italiana: inadatta ai “baccelli”

Dopo gli assaggi dedicati alle cosiddette “riparazioni”, la scuola vera e propria sta per ricominciare per molti milioni tra studenti e personale. Tutti ci chiediamo con apprensione come andrà. La marea di circolari e pareri che ha invaso la scena lascerà il posto ai fatti. Come si arriverà nelle aule? Come funzionerà il necessario distanziamento? Che sorprese riserverà il contagio? L’unica domanda che continuiamo a lasciare da parte riguarda il contenuto didattico e le forme che potrà avere: adesso abbiamo altre urgenze, poi si vedrà.

E nel mondo vicino e lontano da noi, cosa sta succedendo? Sembra prevalere la parola “ibrido”, l’ipotesi di una scuola fatta di varie dimensioni, cominciando dal combinato tra lezioni in presenza e lezioni da remoto, tra lezioni al chiuso e lezioni in luoghi aperti. Ma il punto dirimente sembra l’esigenza di trasformare la classe in dimensioni più ristrette e cioè in piccoli gruppi di studenti, dieci e anche meno. All’uopo è stato coniato il termine “baccello”, quello dei piselli per intenderci. Il baccello sembra accogliente, ha un numero ridotto di ospiti, è utile per difendersi dal virus ma anche adatto per una didattica aperta e personalizzata.


Beati coloro (in Europa ma anche altrove, per esempio negli Stati Uniti) che se lo possono permettere. Da noi il baccello è impensabile per ovvi motivi materiali, quindi al posto dei “piselli” dobbiamo di necessità tenerci i “polli”, cioè le classi pollaio come le chiamiamo di solito, che contano tra i venti e i trenta alunni. Modificare decisamente la situazione è, con evidenza, improponibile: mancano spazi adeguati e mancano gli insegnanti.

Tra l’altro, non saprei se qualcuno ci ha pensato davvero, seppure ci stia a cuore – almeno ogni tanto – l’importanza della “comunità” come base irrinunciabile della scuola. Purtroppo ci si arresta alla semplice constatazione che una classe scolastica è fatta essenzialmente di questa esperienza comune, che è poi quella che, al tempo stesso, apre le teste ai messaggi didattici ed è un esercizio di vita che ogni studente (ognuno di noi) conosce bene come occasione di crescita e prima uscita dallo stretto della famiglia.

Abbiamo da risolvere altri problemi, per esempio quello del trasporto: come si arriva da casa a scuola e come si ritorna, considerando il fatto che la grande massa degli studenti si sposterà servendosi dei mezzi pubblici, i quali dunque dovranno essere adeguati a una simile esigenza. Abbiamo poi da capire bene quale sarà effettivamente l’uso delle mascherine, perché un giorno sì e un giorno no apprendiamo che in aula saranno obbligatorie e che invece si potranno togliere se viene osservata la distanza di un metro.

Problemi non di dettaglio visto che in classe ci si rimane per ore, e si capisce bene l’incertezza perché tenere le mascherine per tutto il tempo potrebbe equivalere a una vera tortura e non sarebbe un buon viatico né per la socializzazione né per l’apprendimento. Quanto alla capienza dei bus, erano anche circolate idee bizzarre come quella che gli studenti di una classe potrebbero essere considerati alla stregua di un “gruppo abituale”, allargando in modo assurdo (e per mera convenienza) la nozione già discutibile di “congiunti”.

Sembra dunque che siamo obbligati a lasciare ad altri la soluzione dei baccelli (o delle “bolle”, come pure sono state chiamate le classi ridotte significativamente di numero) e tenere giocoforza per noi la realtà dei pollai: sì, perché i banchi monoposto e magari rotellizzati, quando arriveranno, non riusciranno a smussare di tanto quell’impatto pigolante e scomposto di un pollaio o di un’aia studentesca che ogni insegnante conosce fin troppo bene.

Le misure contro un possibile contagio hanno un retrogusto disciplinare? Difficile negarlo, difficile comunque che riescano nell’intento (quello disciplinare, intendo), ma è anche difficile immaginare – quanto alla soluzione dei baccelli – che i piselli, pur ridotti di numero, stiano davvero lì buoni buoni, con lo sguardo fisso alle parole dell’insegnante di turno. Ma perché poi dovrebbero?

La scuola è decisiva per ogni società. È qualcosa di bellissimo ed è un’esperienza che non si lascia completamente addomesticare: forse non è nata così, ma tale è diventata nel corso della sua lunga storia, che ciascuno di noi poco o tanto ha in mente. La sorveglianza produce sempre un suo rovescio, e se qualcuno non ha avuto questa esperienza, oggi sicuramente unica, non è detto che sia diventato meno autoritario e più democratico. Nella scuola, e non solo in superficie, accade sempre un incontro con gli altri che può contare anche più delle competenze acquisite (anzi, spesso, è la condizione grazie alla quale tale acquisizione possa avvenire davvero).

Sarebbe opportuno ricordarsene anche in questo frangente alquanto delicato dell’attuale presente storico. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA



Focaccia integrale alla farina di lenticchie

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi