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A Bled il Gruppo di Višegrad rilancia la sfida a Bruxelles

Troppo deboli le visioni del futuro dopo il Covid e la Brexit. Il presidente sloveno accetta il confronto. Pahor: serve inclusività. Vučić getta sul piatto il nodo Kosovo

Mauro Manzin
2 minuti di lettura
Il premier croato Andrej Plenkovic (sin.) e il presidente serbo Aleksandar Vucic 

BLED Un interrogativo che non si poteva eludere quello posto quest’anno al tradizionale Forum Strategico di Bled in Slovenia: quali sfide e quali opportunità per l’Europa dopo la Brexit e il covid? Una domanda diretta e per questo forse troppo difficile da rispondere per i politici di oggi sempre sfuggenti e volonterosi di ripetere solo quello che vogliono si senta.

E così è stato un po’ anche a Bled: concordia, nuovo Illuminismo, transatlantismo, solidarietà, investimenti e rilancio e tanto ottimismo da sembrare visivamente (negli atteggiamenti affettati e scontati) finto. Bastava sbirciare tra le pieghe del sipario per vedere decine di sherpa affacendati a comunicare ai primi ministri sudati e contrariati dati finanziari, statistiche di Pil catastrofici Italia -17% su base annua, Slovenia -13%, Croazia -15%, di mostruosi debiti pubblici e di maggioranze parlamentari sempre più deboli. E tutti con una gran fretta di tornare a casa a risolvere i propri rompicapo o di interrompere la video conferenza per replicare a un’opposizione insolente.

L’occasione era buona, presenti sette premier, Janez Jansa (Slovenia), Andrej Babis (Cechia), Andrej Plenkovic Croazia, Mateusz Morawiecki (Polonia), Bojko Borisov il presidente della Serbia Aleksandar Vučić e il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte collegato in video conferenza. In più l’Ue era a Bled con il suo responsabile della politica estera comune Josep Borrell, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha telefonato a Vucic per qualche tirata di orecchi o qualche suggerimento nel dialogo sul Kosovo ripreso (e subito interrotto) a Bruxelles e la direttrice del Fondo monetario internazionale, la bulgara Kristalina Giorgieva che colta da pragmatismo ha dichiarato che anche se quest’anno 170 stati saranno più poveri, almeno la risposta finanziari al virus è stata tale da bloccare pericolosi fallimenti in serie.

Illustri interpreti dunque ieri a Bled, un grande testo dall’umido, come il tempo del lago, sapore shakespeariano, ma il risultato lascia con la bocca amara, con quel depressivo senso del già visto: tante parole, Europa bloccata, sovranisti che grufolano alla porta. Già, perché il padrone di casa Jansa ( destra populista), è stato circondato da ben tre altri premier del Gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria e Cechia), aggiungi una “goccia” di Vucic e due terzi di Plenkovic (Hdz destra croata) e l’insalatona patrio-popul-comunarda è servita. Così ecco che spiccano le parole del presidente della Slovenia Borut Pahor (lui nell’Europa ci crede davvero). La pandemia non deve essere una scusa per non parlare del futuro dell'Unione europea, perché se «non possiamo cambiare il passato, possiamo cambiare il nostro futuro insieme», ha detto Pahor, e cogliere le opportunità che questa crisi ci presenta. Egli ha ribadito anche l'importanza dello spirito di inclusività e solidarietà europea, punti dai quali ripartire per una visione comune. «Se abbiamo imparato qualcosa dalla crisi del coronavirus è sicuramente l'importanza della solidarietà e della cooperazione europee, gli ha fatto eco il premier italiano Conte collegato da palazzo Chigi a Roma.

Decisamente più balcanico, ossia focalizzato sulla regione, l’intervento del presidente serbo Vucic il quale se da una parte conferma che la Serbia resta ferma nel proseguire sulla strada verso l'integrazione nell'Unione europea, si aspetta altresì dalla Ue maggiore rispetto e comprensione in particolare per la difficile situazione relativa alla crisi del Kosovo. Egli ha osservato che la Serbia e l'allargamento non sono temi di grande attenzione attualmente nella Ue, cosa del resto normale nelle attuali circostanze della crisi globale legata alla pandemia. In Serbia, ha affermato il presidente, il 40% circa dei cittadini è contrario all'adesione alla Ue, fondamentalmente poiché vedono nell'Unione europea una organizzazione che esercita pressioni sulla questione del Kosovo. E non a caso proprio ieri in pieno Forum è stato al telefono sulla questione con Angela Merkel.

L’affondo di Visegrad è lasciato alla Polonia. «Molti vorrebbero dire che molte cose sono sbagliate in Europa centrale - spiega il premier Morawiecki - ma dovremmo essere più giusti, dovremmo discutere i fatti. Cinque anni fa eravamo contro i grandi centri decisionali ed erano tutti contro di noi. Le polarizzazioni sono un riflesso della democrazia. Siamo riusciti a consolidarci, nonostante la pressione dei centri di potere e i media stranieri, questo è un nuovo sistema post-comunista». Se tutto ciò è il futuro d’Europa, a Bled troppi hanno recitato a soggetto dopo aver stracciato il copione. —

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