Basaglia, per liberarci dalle nostre gabbie

A 40 anni dalla morte i suoi insegnamenti non possono restare solo su carta, ma vanno vissuti e sviluppato

Franco Basaglia è da tempo riconosciuto in tutto il mondo come lo psichiatra che ha saputo rivoluzionare la psichiatria chiudendo i manicomi. Trieste, la città in cui questa rivoluzione è avvenuta, ha fornito un modello insuperato.

Tante cose sono capitate nei quattro decenni seguiti alla sua morte: una legge (la “180”) lenta a realizzarsi, i rigurgiti della psichiatria tradizionale, le tante battaglie contro i muri alzati dai politici, ma soprattutto le difficoltà di far fronte a una sottocultura sempre più gommosa che ha incamerato Basaglia non per realizzarne le spinte di liberazione ma programmaticamente per addormentarle o diluirle. Così Basaglia è stato rinchiuso in un dimenticatoio dorato, nonostante gli sforzi dei suoi eredi, perfino nella stessa città dove lui ha compiuto con la sua équipeil riscatto dei cosiddetti malati di mente.


la trasmissione della memoria

Quelli che hanno lavorato con Franco Basaglia, chi si è preso il compito di tenere accese le sue pratiche, quelli che stanno tuttora impegnandosi per far sapere cosa ha fatto e cosa ha scritto a coloro che oggi sono ventenni o trentenni e non ne sanno nulla, rischiano di bloccarsi su un terreno incerto e scivoloso, tra la salvaguardia di un importante patrimonio di memoria e la difficoltà di slanciarlo verso il futuro.

Per superare questa impasse e restituire a Basaglia la capacità di una presenza ancora incisiva nella società sorda ed egocentrica in cui stiamo annaspando (con molta sicumera e poche idee), bisognerebbe innanzi tutto valorizzare quello che per lui era il punto di partenza decisivo e cioè che il manicomio non fosse una semplice anomalia, ma l’espressione drammatica di una pratica di esclusione che appartiene alla società nel suo insieme. Senza questa chiarezza “politica”, battersi per cancellare la miseria dei manicomi avrebbe assunto una configurazione solo umanitaria, giusta e tuttavia destinata a rimanere confinata lì.

Il messaggio che ci può arrivare – se riusciamo a ripensarlo così – va allora ben al di là delle recinzioni manicomiali. Nasce da uno sguardo d’insieme e mira al tentativo di renderlo effettivo in tutti i comparti della società. Sta qui, senza se e senza ma, l’impatto che Basaglia può avere sul nostro opaco presente.

Se davvero vogliamo essere i continuatori della sua opera, dobbiamo avere la consapevolezza critica che ci possiamo lasciare alle spalle i manicomi solo se partiamo da un orizzonte complessivo, il che significa anche renderci conto che una simile trasformazione può davvero accadere solo se a propria volta essa funziona come modello di un cambiamento del nostro “normale” stile di vita e quindi come spinta verso una trasformazione dell’intera società.

Questa giuntura essenziale si chiamava identificazione tra “utopia e realtà”, mentre oggi la parola utopia ha perso molta della sua risonanza e dunque – per capire Basaglia – dovremmo riferirci alle “gabbie” che rinchiudono le nostre vite e ai “muri” che crescono di continuo intorno a noi e dentro le nostre teste, per impegnarci ad averne coscienza e cominciare a liberarcene.

Alla fine del suo itinerario, Franco Basaglia era turbato dal moltiplicarsi delle incomprensioni, dalla incessante difficoltà di intendersi su cosa debba essere una società “civile”, dall’estendersi a macchia d’olio di un’idea acritica di “normalità”. Quando parlava di “restituire la soggettività” non intendeva solo il passaggio da un’anomalia presunta malata a una normalità presunta sana, ma aveva soprattutto in mente i rischi di una ideologia generalizzata della normalità.

qualcosa di nuovo e di universale

Non gli bastava certo ricondurre a un prima pacificato quel soggetto ormai piagato che aveva incontrato nei manicomi: “restituire” significava piuttosto “costruire” qualcosa di nuovo e valido per tutti, un soggetto che ancora non c’era e che aveva a che fare con ciascuno di noi.

L’ostacolo che ci addita da superare è proprio una simile stagnante pacificazione. La cosa che temeva era che ci si sedesse sugli effetti della sua opera, dimenticando che un pensiero scevro da dubbi e contraddizioni è sempre destinato a rinchiudersi su sé stesso e a non produrre più nulla. Guai se ci limitassimo a credere di avere “digerita” la sua lezione e ci accontentassimo di mettere i suoi libri bene ordinati nello scaffale che gli abbiamo riservato nella nostra libreria. –

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Focaccia integrale alla farina di lenticchie

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi