I fantasmi della libertà in tempo di pandemia

Una foto di scena del film “Il fantasma della libertà” di Luis Buñuel

TRIESTE Chi ha avuto l’opportunità (o la fortuna) di leggere Sartre, sa che la questione della libertà è stata per molti anni, e direi fino alla fine, il filo conduttore di una ricerca spasmodica: nella sua filosofia, nei testi letterari, nelle opere teatrali, nelle pratiche sociali, nei gesti politici, nella sua intera esistenza. La libertà è per lui una meta irraggiungibile, una ricerca destinata allo scacco ma che non possiamo arrestare mai.

Roba passata, così come è passata la stagione esistenzialistica? Può darsi, comunque questa parola, con tutto ciò che le fa da corona, resta al centro delle nostre vite e imbeve i nostri comportamenti. Ma resta anche una parola fantasmatica perché ogni volta promette ciò che non può mantenere.


In tempi di pandemia planetaria ci sentiamo limitati, talora strozzati, dalle ingiunzioni decise dai governi a tutela della salute pubblica, e prima ancora dalle paure che ci vengono trasmesse. Abbiamo fondamentalmente due tipi di reazione: o accettiamo le limitazioni nella speranza che esse vadano a vantaggio del bene comune, oppure reagiamo non sopportando che la nostra vita individuale possa venire ridotta o modificata dall’alto.

Può prevalere la responsabilità civile oppure può vincere l’egoismo individuale. Nel secondo caso non esitiamo ad appellarci alla libertà, nel primo caso... Che cosa dovremmo mettere al posto di questi puntini? Un sacrificio della libertà? “Libertà”? Ma cosa significa per noi, oggi, un simile appello?

L’epoca del cosiddetto esistenzialismo sembra sepolta, ora viviamo nel pragmatismo del dire pane al pane, o almeno ci illudiamo che sia così, visto che ci siamo dimenticati che la libertà è appunto una specie di fantasma, molto ingombrante e che dovremmo tentare di esorcizzare. Considerando che nessun realismo, neppure il più radicale, cancella il fatto che comunque, per vivere, abbiamo bisogno di un supplemento fantasmatico, non possiamo davvero esimerci dal cercare di capire cosa stiamo dicendo quando invochiamo la libertà.

Mettere in soffitta questa pretesa, cancellarla, sarebbe un gesto che assomiglia a un suicidio culturale. Ma anche lasciarla correre come un cavallo imbizzarrito e senza briglie significa farci del male da soli. Rendersi conto che la libertà ha infinite sfumature e non ne esiste una che valga per tutti – qualcosa di simile a una libertà assoluta e unica – rappresenta già un primo passo verso quella coscienza critica che non possiamo più rimandare. Ci è necessaria per sopra-vivere, cioè per smettere di vivere solo rasoterra, come pare che siamo sempre più indotti a fare.

Il passo decisivo consiste allora nell’abbassare la pretesa di una libertà totale, impegnandoci ad annullare il più possibile gli effetti fantasmatici che essa porta con sé. Dobbiamo tentare di far sì che i fantasmi della verità non si impadroniscano completamente degli attuali desideri di pienezza, o – in altri termini – che i nostri desideri non vadano a sbattere ostinatamente contro una pienezza impossibile: con effetti, molto spesso, autodistruttivi.

Qualcuno ricorderà quel film di Buñuel che si intitola (con una voluta risonanza marxiana) Il fantasma della libertà (1974). Lì il fantasma corrispondeva a uno stravolgimento della realtà quotidiana attraverso una sequenza di scene incongrue e anche assurde, in cui – per esempio – alcuni frati giocano a poker usando santini e scapolari come fiches o l’imprenditore pluriomicida per divertimento, condannato a morte, esce trionfante dal tribunale tra le congratulazioni del pubblico. Sberleffi alla stupidità comune (alcuni dei quali non così lontani da una certa verosimiglianza) che hanno poco a che fare con quell’anelito di libertà nel quale ciò a cui si mira è una fantasticheria controproducente. O meglio: il fantasma che possiamo e dobbiamo tenerci può anche venire trattato ironicamente, alla condizione che riusciamo a corrodere l’invasività ossessiva di un’idea di libertà assoluta che tanto spesso occupa le nostre menti.

È molto difficile contenere questo fantasma, assegnargli un limite, far sì che la soglia si assottigli, contenerne gli effetti disastrosi. Sarebbe necessario che prendesse finalmente piede una politica del pudore contro l’affanno generalizzato di libertà: un lavorìo quotidiano su noi stessi e sulle nostre pretese che corrisponderebbe a una vera e propria rivoluzione della maniera comune di pensare.

Invece, con evidenza, il mondo culturale viaggia preferibilmente in direzione opposta nella convinzione che sia l’unica giusta (pandemia docet, purtroppo). –

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