La "disattenzione" può far tornare il virus

Giovani in una discoteca romagnola

La nostra attenzione, come ci aveva ricordato anche Simone Weil, non sopporta di soffermarsi a lungo sugli eventi negativi, specialmente quando ci riguardano da vicino. È il caso di quella “sventura” che ci è arrivata addosso e che si chiama contagio pandemico, il virus in una parola.

Dovremmo riuscire a vivere l’evidente vulnerabilità che ci caratterizza come esseri umani, scrive Roberto Esposito (sulla “Repubblica” dell’8 agosto) e molto opportunamente ci avverte che il nostro sguardo si ferma solo per un attimo sulle sventure, le scorge appena prima di volgersi altrove.


Se dalle altezze del discorso filosofico – un discorso antico che ci accompagna lungo tutta la nostra storia – scendiamo alle pianure afose della semplice e contingente quotidianità, eccoci agli assembramenti nelle spiagge, alle movide nelle via dei centri urbani, alla festosità estiva che un po’ ovunque reclama il diritto al divertimento. Lo sappiamo anche da alcuni episodi triestini: dalla serata danzante al bagno Sticco con il suo strascico polemico al caso delle lamentele di quella “bagnante” che ci ha raccontato Alberto Bollis.

“Vogliamo tornare a vivere in pace e sentirci liberi.” Sintetizzo così il motivo che ricorre sempre di più fino a diventare un coro all’unisono. È difficile contrapporsi a questa onda liberatoria dalla quale ciascuno di noi si sente in qualche maniera sospinto, anche chi invoca la ragionevolezza e capisce che tutto è ancora sospeso, per usare un eufemismo.

Compresi quelli che danno molto valore agli inviti alla cautela e alla prudenza, facendoci vedere cosa accade in buona parte del pianeta, come il contagio stia ripartendo in Europa e anche in Italia la situazione risulti tutt’altro che sopita e tranquillizzante.

I numeri parlano chiaro, ma evidentemente non abbastanza: ricordo solo il fatto che le cifre spaventose che ci arrivano dagli Stati Uniti non impediscono raduni oceanici (per esempio quello recente dei motociclisti) senza preoccuparsi affatto di protezioni o distanziamenti. Cosa dobbiamo pensare di questo atteggiamento così generalizzato, quale “morale” dobbiamo cavarne?

Banalmente possiamo dedurne che la gente è stanca di restrizioni e ritiene che è ora di dire “basta”. Che si comporta perciò in maniera poco responsabile. O che addirittura tende a sposare l’idea negazionista che il virus sia una semplice invenzione o perfino il frutto di un complotto costruito ad arte per interessi materiali precisi.

Ma esiste un’interpretazione meno banale, più profonda direi e quindi anche più difficile da combattere. Non è un’ignavia così superficiale che guida il comportamento della gente, bensì un processo di disattenzione nei confronti del peggio: qualcosa che – come ho accennato all’inizio – viene da lontano, anzi abbraccia da sempre il nostro modo di essere.

Questo clinamen, questo deviare e assottigliarsi dell’attenzione, è qualcosa di molto difficile da arginare. Sbaglieremmo la mira se pensassimo di riuscire a esserne completamente immuni. Proprio perché riguarda ciascuno di noi e dunque proprio nel momento in cui ci accorgiamo che siamo, in definitiva, tutti quanti sulla medesima barca, possiamo forse risalire la corrente della generale disattenzione. Con fatica la scienza e la politica fanno opportunamente la loro parte: prolungano l’emergenza e ribadiscono i provvedimenti a tutela della salute dei cittadini di fronte al riprodursi di nuovi focolai di contagio (i cosiddetti cluster, altro termine inglese che dobbiamo imparare, adoperato in varie discipline scientifiche e che all’inizio riguardava raggruppamenti astronomici).

Gli spostamenti dovuti al turismo estivo, insieme a ulteriori concause, stanno rimescolando le carte e rafforzando gli esiti della nostra voglia di fare gruppo senza mascherine o intralci vari. Perciò è necessario una relativa fermezza pubblica sulle limitazioni individuali.

Il vaccino verrà presto (così assicurano), tuttavia sempre troppo tardi, data la situazione molto mobile e dunque parecchio incerta in cui siamo. Nessuno può illudersi che l’Italia, pure elevata a modello nella fase più cruenta della pandemia, possa continuare a essere davvero un’isola felice in mezzo alla sventura planetaria.

Che fare, allora? Possiamo contrastare la mentalità del “finalmente liberi tutti” attraverso la consapevolezza critica che la comune idea di libertà, cui attribuiamo una specie di valore assoluto, è invece un’idea alquanto fallace che non può portarci da nessuna parte. Nessuno di noi è davvero libero se inalberiamo una simile assolutezza.

Tutti siamo esposti alla generale vulnerabilità e alle limitazioni che essa implica. Se riconosciamo questa nostra “debolezza”, tanto fisica quanto psicologica, possiamo muoverci in maniera concreta. Ecco il paradosso che ci riguarda: riconoscerlo positivamente potrebbe fornirci qualche effetto virtuoso.

Non riconoscerlo, come invece stiamo colpevolmente continuando a fare, ci espone a un disastro peggiore di quello attuale. In nome di un’idea assoluta e vuota di libertà potremmo rischiare di consegnarci al contrario di ciò che desideriamo, cioè all’immobilità, a un restare bloccati surplace proprio mentre agogniamo il massimo di mobilità individuale. Su questo punto – a pensarci bene – la grande storia passata ha prodotto tristi esempi su cui forse non abbiamo ragionato abbastanza. —

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