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Gorizia, si è spenta a 93 anni Maia Monzani, la “Signora del teatro” controcorrente

Maia Monzani era un’artista capace di calarsi in ogni parte: dall’intervista alla lettura di libri e poesie, dalla recita per i bambini alle letture in chiesa fino allo spettacolo in teatro

L'attrice è morta giovedì 13 agosto all’ospedale di Gorizia dove era ricoverata da qualche giorno. Aveva compiuto da poco 93 anni. Lascia nel dolore il figlio Roberto e uno sterminato numero di amici. Diretta, schietta e sincera, nella sua vita rocambolesca ha lottato sia per amore sia per affermarsi come artista

GORIZIA A Gorizia non c’è il mare ma c’era un porto sicuro: Maia. «Ciccio, cosa c’è?» era la sua chiave per aprire i cuori e le anime delle persone cui teneva. Maia non è mai stata un’attrice perché sul palco ha interpretato alla grande svariati personaggi, e giù era tutto fuorché una recitante.

Era diretta, schietta, sincera anche a costo di irritare l’interlocutore. Aveva ereditato questo suo modo di essere dal nonno paterno che le aveva insegnato a «dire sempre quello che penso e chiedere scusa quando sbaglio». La vita di Maia è stata un romanzo di avventure, con tinte rosa (l’amore per il marito Antonio, generale degli alpini) e nere (la perdita di due figli, Roberto in tenera età e Adriana che aveva 56 anni).


Maia ha avuto un’infanzia difficile, è sopravvissuta, crescendo dritta, a genitori che non la volevano e che l’hanno affidata ai nonni. Era nata a Venezia il 5 agosto 1927, poi la strada della vita l’ha condotta a Gorizia. È ancora minorenne quando conosce il giovane tenente Monzani reduce con gli alpini alle campagne di Grecia e di Albania. È amore a prima vista, nonostante la rilevante differenza di età. Ma Antonio deve partire per la Russia, con l’Armir. Torna molto provato. Confessa a Maia, in un drammatico incontro alla stazione di Tarvisio, che le ferite riportate avrebbero potuto renderlo invalido e si rende disponibile, per il bene di lei, a sciogliere la promessa d’amore. Maia per poco non lo percuote, «vai a farti curare e poi ci sposiamo» è la sua volontà. Poi il matrimonio, l’avventuroso viaggio di nozze a Milano in un’Italia in guerra. E ancora la drammatica esperienza a Fiume, sempre accanto al marito, con la rocambolesca fuga all’annuncio dell’armistizio dell’otto settembre 1943.

Quando regalava questi ricordi, pagine di grande storia, a Maia si illuminavano gli occhi. Dopo decenni di vedovanza il suo amore per Antonio era sempre pulsante. Maia è stata una donna generosa, sapeva cogliere negli occhi degli altri ferite profonde che lei aiutava a curare con la sua prorompente vitalità.

Di Maia Monzani artista non bastano le colonne di una pagina. Le faceva piacere essere ricordata per alcuni dei suoi ultimi lavori. “Le ultime lune” di Furio Bordon che l’amico regista Mario Brandolin aveva adattato apposta per lei; e l’”Orcolat” in cui una Maia già novantenne era salita sul palco con Simone Cristicchi con il quale era nato un profondo rapporto affettivo.

Maia ha lottato anche per potersi affermare come artista. Erano tempi in cui la moglie di un ufficiale era invitata a tenersi alla larga dai palcoscenici. Lei se ne infischiava delle convenzioni, ha vissuto contando solo sulle sue forze. Si è battuta contro le ingiustizie, si è spesa per ragazzi e adulti sfortunati come insegnante all’ex Opp di Gorizia e all’istituto di Medea. Dalla parte dei sofferenti è stata anche nel 2017 quando quotidianamente ha fatto compagnia fino all’ultimo giorno al poeta Pierluigi Cappello.

Chi ha condiviso almeno un po’ di strada con Maia sa bene che adesso sarà più solo. Le luci del palcoscenico si sono spente anche per Maia Monzani, la signora del teatro.

Ma nel suo caso le luci hanno lasciato un alone tenue, quasi invisibile, eppure è verso quella fonte che bisognerà orientarsi. «Ciccio, vieni qua, raccontami...». —

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