Blitz di CasaPound in consiglio regionale a Trieste: perquisite le abitazioni dei militanti

Sequestrati dalla Digos vestiti, cellulari e computer. Dodici neofascisti indagati per interruzione di pubblico servizio

TRIESTE Perquisizioni, sequestri e dodici indagati. Blitz della Digos nella sede di CasaPound di Trieste e nelle abitazioni dei militanti neo fascisti. L’operazione degli investigatori è scattata nelle prime ore di ieri mattina su mandato del pubblico ministero Pietro Montrone, il magistrato della Procura di Trieste che ha aperto un’inchiesta sulla clamorosa irruzione del movimento di estrema destra nell’aula del Consiglio regionale del capoluogo, in piazza Oberdan, avvenuta martedì scorso mentre era in corso un dibattito sul piano immigrazione.

Il blitz di Casapound in consiglio regionale a Trieste



Gli esponenti di CasaPound, muniti di megafono e bandiera tricolore, hanno interrotto i lavori della Sesta Commissione per leggere un comunicato di aperta critica nei confronti della gestione della politica migratoria fin qui intrapresa dall’esecutivo regionale guidato dal presidente Massimiliano Fedriga.



Un caso che sul piano politico ha innescato reazioni a catena, anche per effetto delle parole del leghista Antonio Calligaris: il consigliere regionale, nell’affrontare il gruppo neo fascista, si è lasciato andare in un’affermazione choc: «Sono uno di quelli che gli sparerebbe a quelli lì (si riferiva ai richiedenti asilo, ndr)».

Il consigliere leghista Fvg Calligaris in aula: "Io ai migranti sparerei tranquillamente"



Ma al di là dell’inevitabile piega politica che ha preso il caso, come prevedibile i protagonisti della scenata in Consiglio regionale ora vanno incontro a conseguenze giudiziarie di tipo penale.



Dodici dunque gli indagati, a cominciare proprio da Francesco Clun, il segretario triestino di CasaPound che per quella sortita di martedì scorso assieme agli altri militanti sta già pagando personalmente con la sospensione dal posto di lavoro in Regione. Clun, come emerso in questi giorni, è infatti dipendente interinale della direzione regionale Salute.



La Procura di Trieste non ha perso tempo. E ha iscritto nel registro degli indagati dodici militanti, anche se in aula quel giorno erano in quattordici. Un punto che andrà chiarito. Il pm Montrone ha ipotizzato la violazione dell’art. 340 del Codice penale, cioè «interruzione di pubblico servizio in concorso».

Ma la magistratura ha anche disposto la perquisizione della sede di Trieste del movimento di estrema destra, quella che si trova in via San Zaccaria, inaugurata nel febbraio 2019. Si tratta di un’operazione mirata: gli investigatori, come precisa un comunicato stampa diffuso ieri a metà mattina dalla Questura di Trieste, sono alla ricerca «di elementi pertinenti al reato».



La Digos ha poi passato al setaccio le abitazioni (e pure le automobili) dei dodici attivisti. Gli investigatori hanno bussato alle porte delle rispettive residenze degli indagati: a Trieste, Udine e Pordenone.

Gli agenti hanno quindi sequestrato i capi di abbigliamento utilizzati durante l’irruzione. Il motivo, sembra, è che le immagini ricavate dai fotogrammi dei video registrati durante l’episodio non consentirebbero al momento un’esatta identificazione dei militanti, in quel momento con il volto semicoperto dalle mascherine anti-Covid. Anche perché il gruppo, dopo la lettura del proclama sugli immigrati e lo scontro verbale con alcuni consiglieri regionali, è uscito in fretta dal palazzo del Consiglio regionale. Nessuno li ha fermati e loro hanno potuto dileguarsi a passo sostenuto, guadagnando il centro città. La Polizia (la Digos), forse allertata dagli stessi consiglieri, è arrivata sul posto pochi minuti dopo, senza trovare più i militanti. Che quindi non sono stati identificati subito.



Sul posto gli agenti hanno però raccolto immediatamente le testimonianze e i video registrati da chi ha assistito alla protesta inscenata dal movimento neo fascista. Ma, stando a quanto si apprende, non è stata subito perquisita la sede di CasaPound in via San Zaccaria. Il sopralluogo è avvenuto invece ieri mattina.

Nel corso dell’operazione la Digos ha sequestrato i computer, i telefonini e qualsiasi altro supporto informatico in possesso degli indagati (oltre al megafono utilizzato da Clun per la lettura del proclama).

I dispositivi verranno analizzati a fondo innanzitutto per ricostruire i fatti di martedì, ma anche per chiarire le specifiche responsabilità e i ruoli dei singoli partecipanti alla contestazione.

Nel dettaglio gli agenti della Digos hanno messo a segno dodici perquisizioni: cinque a Trieste (dove risiede il segretario provinciale di CasaPound Francesco Clun), sei a Pordenone (dove risiede il responsabile regionale Nicola di Bortolo) e una a Udine. —




 

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