Il cammino senza fine per scoprire se stessi

Bobi Bazlen in un'immagine d'epoca

TRIESTE. Vivere nelle perenni periferie del mondo. Bobi Bazlen muore il 27 luglio del 1965. Cinquantacinque anni fa. Nasce a Trieste, in via Vittoria Colonna: un totem di ultima generazione ne segnala la casa. Temo non avrebbe gradito. Sempre schivo e poco nominato ma con una personalità e una cultura tali da influenzare i più grandi del suo tempo, scopritore di talenti, motivatore indefesso per altri. Eterno assente sui libri. Per uno che abbia un po’ di passione per la psicanalisi è importante perché ha fatto sì che venisse pubblicata e tradotta in Italia per la prima volta l’interpretazione dei sogni di Freud. 
 
La sua figura secondo me tutt’ora è troppo poco conosciuta. Basti pensare che se non fosse per lui non avremmo “La coscienza di Zeno” e molti altri libri e scrittori. Fondamentale la sua amicizia con Montale. 
C’è un concetto in Bobi Bazlen che mi ha sempre colpito e che trasuda in tutta la sua vita, nei suoi articoli e nei suoi aforismi: nessuno di noi è assolutamente contemporaneo a sé stesso. Ognuno di noi è costituto dalle influenze dei molti che lo hanno preceduto, moltissimi precursori...
 
E ognuno di noi porta con sé i pezzi dei luoghi dove ha vissuto, come se un musicista mentre compone non potesse far altro che trasmettere le sfumature dei luoghi dove ha vissuto, un po’ di musica spagnola, argentina, indiana, newyorkese, un po’ di classica e via avanti. Se ci sediamo su una panchina e vediamo passare le persone vedremo camminare pezzettini di mondo e pezzettini di storia ben amalgamati e ben fusi in un armonico tutt’uno su due gambe. Bazlen secondo me questa cosa l’aveva capita nei primi anni di vita, a Trieste, dove convive armonicamente un’infinità di culture e religioni.
 
Emanuele Coccia, un filosofo, in un articolo di pochi giorni fa pubblicato online, sostiene la stessa cosa: inoltre se ben pensiamo l’epigenetica ci ha insegnato che anche dal punto di vista genetico siamo costituiti da un’infinità di geni che ci hanno modificati nel corso dei secoli. Bazlen e il suo viaggiare, dunque, visto sempre più come un cammino iniziatico non tanto per arrivare a una meta ma per un’eterna scoperta di sé stessi, un continuo naufragio dove però non vi è scampo se non alla scoperta di sé. (A questo punto mi ascolterei L’arca di Noè di Sergio Endrigo).
 
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