Vivere pienamente, non solo sopravvivere

TRIESTE. Siamo nell’epoca della biopolitica, cioè – come dice la parola stessa – nella fase storica in cui i governi esercitano i loro poteri centrandoli attorno alla vita stessa dei cittadini. È una tendenza che ha prodotto molte discussioni, a volte decisamente preoccupate: timori che nascono dall’ambivalenza di questa “governamentalità” (come l’ha chiamata Michel Foucault) che sembra al tempo stesso dar luogo a maggiori libertà individuali e minacciare l’imporsi di un regime all’apparenza liberale, di fatto autoritario e antidemocratico.

Va da sé che la cosiddetta biopolitica sta oggi sempre più incrociandosi con l’emergenza sociale determinata da un contagio virale a carattere planetario e tutt’altro che sopito che ha messo in primo piano la mortalità e il rischio della vita: il numero dei decessi, scandito da una conta quotidiana a cui stiamo abituandoci ma che resta un bollettino funesto, ci dice con estrema chiarezza che è (ancora) una questione di vita e di morte quella che il potere politico ha il compito di governare, compito difficile da cui però trae o può trarre l’alimento stesso delle sue forza e credibilità.

L’Italia viene generalmente riconosciuta come un Paese che ha gestito bene, comunque meglio di altri, l’emergenza del virus grazie al comportamento dei suoi cittadini e grazie anche – al di là di tante fiammate polemiche – alla ragionevolezza dei governanti, che si sono mossi quasi sempre in congiunzione con le indicazioni di carattere scientifico provenienti dai virologi. Dovremmo concluderne che siamo riusciti, nonostante tutto, a tradurre in uno scenario pubblico senza controspinte autoritarie la tendenza biopolitica che ormai sta imponendosi un po’ dovunque?

Una zona d’ombra permane, anzi risulta consolidata, se solo ci chiediamo con qualche attenzione critica di quale “vita” stiamo parlando, poiché l’esistenza di ciascuno di noi non può mai venire amministrata come una semplice sopravvivenza fisica. Non è davvero questa la vita che vogliamo, o meglio non possiamo accontentarci di una politica che si limitasse a difendere il nostro semplice restare al mondo. Questa difesa è necessaria, ma deve essere il punto di partenza perché la vita “nuda” (come l’ha definita Giorgio Agamben nel suo libro Homo sacer) non resti tale, ma possa diventare una vita “vestita”, ricca di prospettive e di crescite individuali.

Non un semplice tirare avanti, ma un progredire culturale, etico, sociale. Problematico, certo, tuttavia assolutamente necessario perché la parola “vita” non sia abbassata a contenitore vuoto e inerte, che attende soltanto una fine decorosa. Sopravvivere non può ridursi a una normalità serena e senza incidenti. Alcuni filosofi (per esempio Jacques Derrida) ci hanno insegnato che sopra-vivere è tutt’altro da una simile attesa: dovrebbe identificarsi con la capacità di alzarsi un po’ sopra per dare alla vita un’altezza diversa, quella con la quale – a ben vedere – è sempre stata misurata la capacità dell’uomo di protendersi al di là di sé stesso. Se rinunciamo a questa esigenza di sopra-vivere, ci accontentiamo di un vivere-sotto, sul posto, quasi immobili. Nessuno di noi, quando auspica il ritorno alla “normalità” dopo una necessaria fase di emergenza, chiede di tornare a una simile condizione paralizzante e tutti pensiamo che la vita debba darci molto di più. Se smettiamo di credere a questo, la vita si affloscia, si immiserisce nella sua nudità.

La biopolitica è un progetto subdolo: può far leva proprio sulla sopravvivenza intesa come nuda vita, quando il rischio sociale legittima tale mossa, che assume un volto securitario per istituire così nella realtà misure di contenimento o – in modo ancora più sibillino – atteggiamenti di auto-contenimento sia a livello individuale sia nelle relazioni sociali. Ma non c’è neppure bisogno di appellarsi a uno stato di emergenza come quello attuale, per cui ne va dell’incolumità di ciascuno, poiché la biopolitica premia l’individualismo e l’egoismo ormai diffusi ovunque.

È la deriva della società neoliberale che ci ha portati fin qui. Se ognuno di noi vive sé stesso esclusivamente come un atomo staccato da ogni tessuto molecolare, un individuo isolato per il quale gli altri esistono solo come altrettanti individui isolati, allora si capisce bene che qualunque prospettiva di sopra-vivenza (nel senso che ho appena tratteggiato) risulta una pura fantasia senza concretezza. Se questa è l’unica vita che possiamo vivere, allora guardiamo a noi stessi prima ancora di lamentarci della governamentalità che ci siamo costruiti addosso.

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