La fandonia social del Covid-19 psicosomatico

Riuscirà a sparire l’idea diffusa che personalità e stress condizionino il rischio di ammalarsi? Studi epidemiologici replicati ormai molte volte indicano che se un’influenza psicologica esiste, questa è comunque minore di un fattore due nel determinare la probabilità di sviluppare una patologia.

TRIESTE La scorsa settimana ho partecipato a un incontro nell’ambito della riuscita settimana del premio giornalistico Papa Hemingway, in piazza a Caorle – sì, si possono tenere questi eventi in sicurezza e con grande gradimento del pubblico anche di questi tempi. La giornalista che mi intervistava a un certo punto mi ha chiesto: «Ma c’è una componente psicologica in chi si ammala di Covid-19?». Da buon positivista, ho barcollato sulla sedia e ho contato a lungo prima di risponderle educatamente che no, sfortunatamente il Covid-19 è una malattia virale, l’umore e il temperamento non c’entrano proprio.

Quest’idea di una componente psicosomatica nelle malattie è però assai radicata nell’opinione comune. Uno dei massimi contributori a questa fake, come la chiamerebbe oggi il popolo dei social, è stato Hans Eysenck, professore di psicologia dal 1955 al 1983 al King’s College London e considerato per oltre 50 anni un gigante della psicologia del ventesimo secolo. Eysenk era un saldo propugnatore dell’idea che certi tipi di personalità predispongono ai tumori e alle malattie cardiovascolari, che quindi possono essere prevenuti con un’appropriata psicoterapia. Era arrivato a sostenere che la personalità di alcuni individui aumenta fino a 70 volte il loro rischio di sviluppare un tumore, un valore enorme dal punto di vista epidemiologico. Quando morì nel 1997, Eysenk era il più citato psicologo al mondo, secondo solo a Sigmund Freud e Jean Piaget. Ma a quel punto già la schiera dei suoi detrattori si era cominciata a ingrossare, soprattutto per le sue controverse teorie sull’ereditarietà dell’intelligenza e del rapporto di questa con le razze (l’intelligenza è ereditaria, ma certamente non legata alle razze).


Ed è proprio dello scorso maggio lo scrollone finale che ha fatto scendere Eysenk dal suo piedistallo: sollecitata a gran voce dalla comunità di psicologi e psichiatri, una commissione interna d’inchiesta del King’s College London ha esaminato retrospettivamente le pubblicazioni di Eysenk e chiesto la ritrattazione di 25 dei suoi lavori. Solo la punta dell’iceberg, pare, perché sono molte decine di altri quelli messi in discussione dalla comunità scientifica.

Riuscirà a sparire l’idea diffusa che personalità e stress condizionino il rischio di ammalarsi? Studi epidemiologici replicati ormai molte volte indicano che se un’influenza psicologica esiste, questa è comunque minore di un fattore due nel determinare la probabilità di sviluppare una patologia. Ancora una volta attenzione a internet, allora, dove invece l’idea del benessere della psiche come strumento per prevenire le malattie continua ancora a imperversare. —

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