La crisi non risparmia i negozi cinesi: a Trieste chiudono bazar, locali e parrucchieri

Un negozio cinese

Una ventina le attività costrette ad alzare bandiera bianca. Serrande abbassate anche in alcuni laboratori di riparazioni di pc

TRIESTE Anche l’economia della comunità cinese a Trieste registra una battuta d’arresto. La crisi post lockdown, i mesi forzati di chiusura e ora le regole da seguire per evitare la diffusione del contagio hanno costretto alcuni imprenditori dagli occhi a mandorla a fare una scelta drastica: abbassare definitivamente le serrande. Sono infatti oltre una ventina le attività che hanno già alzato bandiera bianca: alcuni non hanno riaperto, altri hanno messo in vendita l’attività e sono in procinto di spegnere per sempre le luci.



Per il resto chi aveva solide basi in città, sta affrontando questa ripresa come il resto del comparto commerciale cittadino: reggono gli storici ristoranti, le cartolerie, le sartorie e i negozi di vendita e riparazione di elettronica. Soffrono alcuni bar, sono in seria difficoltà i parrucchieri e i negozi di abbigliamento. Quello che va sottolineato, è che i gestori di negozi e pubblici esercizi non avvertono più la diffidenza che registravano da parte di molti triestini nel periodo più difficile dell’epidemia o nei primi giorni di riapertura.



Uno dei bar più centrali gestito da cinesi ad essersi arreso è il Wine Bar di Largo Barriera, proprio all’imbocco con via Foschiatti, accanto al pastificio La Casalinga, che negli ultimi anni sistemava anche alcuni tavolini al centro della piazza. Alla fase 2 di questa emergenza, non ha riacceso le luci. Ora il foro commerciale sistemato al piano terra di quel palazzo completamente riqualificato è in affitto.

Restando nel mondo dei pubblici esercizi, sono sul mercato un bar gestito da esercenti cinesi in via Ghega, e il ristorante che propone cucina cinese e giapponese Hi Sushi di via Udine 37. I 216 mq del ristorante, inclusa l’attività e la licenza, vengono messi sul mercato a 375 mila euro. Luci spente anche per il bar al 2/b di via Raffineria dove a stappare bottiglie di Lasko e a servire caffè era un’esercente di origini cinesi. Lì intorno, in quella “Balkantown” dove la comunità serba la fa da padrone, e dove gran parte dei pubblici esercizi è gestito da cinesi, sono annunciate altre chiusure o, comunque, cambi di gestione.

In via della Ginnastica, invece, i gestori cinesi che guidavano il ristorante all’angolo con via San Zaccaria hanno appena ceduto il passo ad un esercente locale. Ha chiuso già i battenti anche un laboratorio al civico 39 di via Carducci, dove i cinesi vendevano elementi di elettronica e riparavano smartphone. Ora è in affitto a 800 euro al mese.

Saracinesche oramai abbassate per diversi negozi di abbigliamento gestiti da commercianti cinesi in via Ghega e in via Roma, nella zona più vicina alla Posta centrale. Spesso senza neppure un nome, un’insegna, in quella zona chi vende abiti e accessori spesso chiude la sua attività nell’indifferenza: un altro foro commerciale vuoto tra i tanti del Borgo Teresiano.

In difficoltà anche le gestioni di alcuni saloni di parrucchiere dove a colorare capelli e definire dei tagli sono dei cinesi. Soppiantati, soprattutto per quanto riguarda il servizio di barba e capelli per uomo, da abili barbieri pachistani e afgani, hanno avuto una certa difficoltà ad adeguarsi alle linee guida per la prevenzione da Covid-19, e in alcuni casi stanno meditando per la messa sul mercato del loro salone, come accade per la parrucchiera all’inizio di via Foscolo.

Chi conosce la comunità cinese, riferisce che la ripresa è stata molto difficile. Gli imprenditori di Pechino hanno pagato quell’emergenza due volte: ascoltando quanto accadeva ai loro parenti e conoscenti in Cina, e poi vivendola direttamente sulla loro pelle. Alcuni non sono mai ritornati a Trieste dopo viaggio nella loro patria per festeggiare il Capodanno cinese.

C’è però anche chi si rimbocca le maniche e non si arrende. Le attività più consolidate, pensiamo ai ristoranti come quello in via Foschiatti, via Brunner o piazza Venezia, oppure le catene di cartoleria e casalinghi come Az e Yu-Mart, hanno adottato con rigore le linee guida imposte alle diverse attività per le riaperture, e dopo una partenza in salita ora, seppur con una riduzione dei fatturati, hanno ripreso il loro ritmo. —
 

Zuppetta di sedano rapa, mela verde, quinoa, mandorle e cavolo nero

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