Emergenza: una parola a cui è meglio prestare attenzione

Ormai d’uso comune nel lessico quotidiano, il suo significato oscilla tra il minaccioso e l’eccesso di confidenza

TRIESTE. La parola “emergenza” è ormai entrata nel lessico quotidiano perché riguarda qualcosa che percepiamo come una situazione oggi molto vicina alle nostre esistenze. Non ispira fiducia, invita anzi a diffidare da ciò che sembra descrivere o solo annuncia.

Non ha niente a che fare con un venire alla superficie, come nel caso dell’“emergere della verità” in una delle sue diverse fattispecie. Se c’è qualcosa che qui si rivela è un pericolo che stiamo correndo, ma poi questa parola indica semmai i provvedimenti che sono necessari per fronteggiare la minaccia, come nell’attuale condizione di una pandemia che va domata con mezzi adeguati. Più che di “provvedimenti”, termine alquanto neutro, si tratta di “limitazioni” imposte alle libertà di cui solitamente godiamo. Per essere ancora più precisi, si tratta di limiti introdotti nella normale vita sociale in uno stato di democrazia.


Ce n’è abbastanza perché alcuni intellettuali si mettessero in moto per mostrare alla gente, a tutti quelli portati a credere che tali misure fossero comunque indispensabili per proteggere la propria sicurezza intesa come integrità fisica, che l’emergenza si sa quando comincia ma non quando finisce, e che il togliere alcune libertà potrebbe essere una porta che si apre verso un regime autoritario. Drammatiche vicende del passato, e anche di questo nostro accidentato presente, dovrebbero metterci in guardia sulle possibili conseguenze dell’accettare restrizioni delle libertà individuali senza neppure fermarsi a formulare qualche preoccupata riflessione.

Altro che infida, l’emergenza sarebbe così un campanello d’allarme: attenzione, cittadini, alla catena delle conseguenze che i precetti istituzionali potrebbero attivare! Se non è facile dire di no alle “verità” scientifiche e alle loro traduzioni politiche a vantaggio dell’incolumità collettiva, ciò non significa che tali restrizioni siano da accettare supinamente, confidando che esse contengano soltanto un vantaggio esplicito.

D’altronde, anche senza condividere la radicalità di chi vede nell’“emergenza” la premessa di un pericolo sociale, dubbi sono stati sollevati nell’attuale dibattito (tanto insistente a rischio di diventare invasivo) sull’inopportunità di arrestare l’analisi del contagio alla sua specificità, e dunque alle parole dei virologi.

Basterebbe osservare il frequente uso metaforico del termine “contagio” che adesso viene applicato, al di là della stessa politica, all’economia e ad altri settori della società post-coronavirus, per segnalare situazioni di pericolo, evidentemente concatenabili, nelle quali staremmo tutti scivolando. In alcune analisi, di accertata qualità culturale, ci si spinge perfino a ipotizzare che l’idea di contagio possa servire proprio a caratterizzare il linguaggio della riflessione critica, arricchendolo di uno strumento importante. Insomma, non c’è bisogno di evocare il fantasma dello snaturamento della democrazia per dar corso alla parola “emergenza” come parola attualmente molto impegnativa.

La diffidenza nei confronti dei suoi effetti sul piano generale è una cautela necessaria, una volta che si siano smussate le punte di radicalità, diciamo, “filosofiche” (un arrivare subito al peggio), e soprattutto una volta che questi effetti siano stati valutati attraverso riflessioni ponderate: mi riferisco a quelle che ne allargano lo spettro implicando anche considerazioni positive (pensiamo solo al nome Emergency che accompagna interventi di medici coraggiosi in Paesi dove tale assistenza quasi non esisteva).

Ma ciò che vorrei soprattutto evidenziare è la reazione opposta, cioè un troppo di confidenza. L’uso della parola “emergenza” oscilla infatti tra due estremi: quello di chi vi vede il peggio (uno scivolamento verso l’illiberalità, magari mescolata alla democrazia), e quello di chi ne annulla il tasso di pericolosità nella routine dell’abitudine. Il carattere infido della parola si rivela anche in questa oscillazione, la quale, però, tende via via a rallentare il movimento pendolare rischiando di assestarsi in un’opacità normalizzata.

Se confidiamo troppo nell’uso abitudinario di questa parola e la facciamo diventare, per inerzia, qualcosa di vuoto, cioè la svuotiamo di ogni risonanza significativa per noi (cosa che sta parzialmente accadendo) paradossalmente possiamo verificare, a nostro danno, quanto poco ci si possa fidare di essa. Davvero crediamo di poterla ammansire nel registro di un blabla quotidiano? Sarebbe più opportuno che tenessimo tutti conto di quanto essa sia scivolosa e per questo di quanto sia importante contornarla sempre con le virgolette che ci dicano: «Facciamo attenzione!». —

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