La scuola a settembre e la fame di spazi

Kant ci aveva insegnato che la nostra esperienza ha sempre a che fare con il tempo e con lo spazio. L’attuale situazione della scuola italiana ne è una patente ed empirica conferma. Ci si dibatte da mesi, in vista della sospirata ripresa di settembre, con i problemi dei tempi e degli spazi, soprattutto con questi ultimi. Il quesito cruciale che preoccupa l’intera filiera istituzionale, dal governo ai dirigenti scolastici, era il seguente: un metro, inteso come distanza tra studente e studente, è da intendersi come “statico” o come “dinamico”? Ci arriviamo tra un momento, dopo avere osservato che la questione dei tempi (tempi di lezione, tempi di entrata e di uscita da scuola) sembra risolta ma è ancora tutta da verificare, o meglio da organizzare.

Pensiamo solo ai tempi diversificati di entrata e di uscita per non creare assembramenti e alle loro ripercussioni sulla disponibilità dei mezzi pubblici e sulle pratiche stesse dell’insegnamento. L’unica cosa che appare chiara è che l’ora di lezione, che prima era di 55 minuti, verrà ridotta a 45 minuti. E veniamo agli spazi. Si prospetta una scuola affamata di spazi a causa del necessario distanziamento. Le aule sono spesso troppo piccole per ospitare classi che dovranno venire comunque spezzate: si cercano con affanno soluzioni esterne in sedi non scolastiche, al chiuso e all’aperto.

La scuola dovrà espandersi fuori dai suoi luoghi deputati e magari, alla fine, potrebbe anche sortirne qualcosa di utile: si dovranno comunque risolvere difficoltà di ogni genere. Va da sé che, a monte di tutto questo, resta la grande questione delle risorse e del necessario reclutamento di nuovi insegnanti. Ma zoomiamo su che cosa accadrà in una qualunque classe in questa situazione. Ci dovrà essere un metro tra studente e studente e ovviamente tra studenti e insegnanti, sempre però che tutti stiano fermi, che nessuno entri nell’aula e nessuno si alzi dal suo posto, magari solo per essere interrogato.

Se lo studente sta fermo vale la distanza di un metro da bocca a bocca, e se deve muoversi? Ma un metro, inteso “dinamicamente”, che razza di misura è? A tentare di risolvere il dubbio – come sappiamo – è intervenuto a più riprese il Comitato tecnico-scientifico dicendo in sostanza che basta che lo studente indossi la mascherina ogni volta che deve alzarsi per andare alla lavagna, a lezione finita o per altri motivi. Certo, ma poi vorrei vederla questa classe alla verifica della routine quotidiana! In linea generale, forse bisognerebbe riflettere sul fatto che ogni volta occorra aspettare un’indicazione dall’alto per dirimere contenziosi anche piccoli.

E qui potrebbe aprirsi uno scenario, insieme comprensibile e paradossale, che riguarda l’interpretazione diffusa del “fate vobis” ministeriale, inteso come un lavarsene le mani (magari con buone ragioni) piuttosto che come un invito all’autonomia rivolto ai singoli distretti. Queste “buone” ragioni possono venire sintetizzate in un colpevole ritardo e nella mancanza di chiarezza sugli strumenti e sui fondi indispensabili per dare materialità alla ipotesi di assetti autonomi. Le ragioni meno buone riguardano una sorta di coazione generale alla passività. In realtà molti, comunque, si danno localmente da fare, mettendo magari a repentaglio i loro progetti di vacanze.

Pensate curiose e iniziative interessanti sono documentabili in molte parti d’Italia, da chi ha immaginato di sistemare i banchi a scacchiera, a chi ha cercato di predisporre al meglio i turni di entrata e di uscita, a chi ha ritenuto che ogni studente possa disporre di uno spazio di due metri quadrati, a chi ha pensato che la lavagna debba essere opportunamente collocata a un metro e cinquanta dai banchi. Comunque, è sempre necessario l’assist, spesso titubante, del ministero.

C’è da chiedersi: ma non ci distinguiamo di solito come un Paese pieno di creatività? Quale stanchezza ha sgonfiato quello spirito di iniziativa che ci viene riconosciuto? Perché la scuola funziona così spesso come una specie di imbuto che produce immobilismo? L’offerta di autonomia era senz’altro discutibile, magari intraducibile, però quasi nessuno ha potuto o ha voluto farne tesoro. Così, abbiamo soprattutto assistito a un coro di lamentazioni che non hanno allargato la visuale, anzi ristretto la voglia di ripartire. Verrebbe da dire che, quando lo spazio di pensiero viene penalizzato, è difficile risolvere anche semplici problemi concreti di spazio. — © RIPRODUZIONE RISERVATA

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