Contenuto riservato agli abbonati

Inchino alle memorie tenendosi per mano, lo storico gesto di Mattarella e Pahor

La foto simbolo: Mattarella e Pahor, mano nella mano, davanti alla Foiba di Basovizza

I Presidenti di Italia e Slovenia uniti a Basovizza nell’omaggio alla Foiba e al Monumento dei quattro fucilati sloveni. Come Mitterrand e Kohl a Verdun nel 1984 davanti alle tombe dei caduti

TRIESTE. Sergio Mattarella e Borut Pahor si tengono per mano mentre prestano omaggio alla Foiba e al Monumento dei fucilati sloveni di Basovizza. I due presidenti si inchinano davanti ai simboli delle tragedie del Novecento al confine orientale, oggetto dal 1945 di memorie contrapposte e selettive, che hanno reso impossibile per decenni ricomporre ciò che nazionalismi e ideologie totalitarie avevano spezzato.

Mattarella e Pahor ripetono il loro omaggio congiunto davanti al cippo dedicato ai quattro antifascisti sloveni fucilati nel 1930


I presidenti di Italia e Slovenia ripetono lo stesso gesto che unì Helmut Kohl e François Mitterrand, quando nel 1984 si recarono assieme a Verdun, davanti alle tombe dei caduti tedeschi e francesi della Grande guerra. Come allora, la frontiera orientale parla non solo la lingua delle popolazioni della Venezia Giulia e del Litorale, ma quella dell’integrazione europea, che ieri ha mosso un importante scatto in avanti nella sua variante altoadriatica, grazie a un passo distensivo che permette a due popoli di guardare al futuro con meno peso sulle spalle.



Gesti e parole di Mattarella e Pahor resteranno scolpiti e diverranno richiamo in occasione delle celebrazioni che a Trieste sono occasione di scontro. Accadrà quando il 10 febbraio si tornerà a parlare dell’esodo istriano, quando tra 25 aprile e 1° maggio si discuterà delle due Resistenze rivali, quando il 12 giugno si polemizzerà sull’occupazione jugoslava o quando il 6 settembre ci si dividerà sui fucilati del Tigr.

Mattarella e Pahor mano nella mano davanti alla Foiba di Basovizza, poi l'inchino



A tutto questo hanno voluto porre fine i due presidenti, nel solco del Concerto per la pace che il 13 luglio 2010 vide Giorgio Napolitano, Danilo Türk e Ivo Josipović avviare il percorso di pacificazione fra Italia, Slovenia e Croazia. Dieci anni dopo, si registra la prima visita di un presidente sloveno alla Foiba e il parallelo omaggio prestato da Mattarella ai condannati a morte dal Tribunale speciale fascista. E se la memoria condivisa non può esistere, ora può radicarsi il riconoscimento delle sofferenze dell’altro e delle proprie responsabilità, nel tentativo di ricomporre le ferite.

Nel giorno che segna anche la restituzione simbolica del Narodni dom alla comunità slovena di Trieste, Mattarella e Pahor si danno convegno alle undici alla caserma del Reggimento Piemonte Cavalleria a Opicina, accolti dal prefetto Valerio Valenti, dal governatore Massimiliano Fedriga e dal sindaco Roberto Dipiazza. Il cerimoniale concentra tutto in due ore e il corteo di auto blu parte subito dopo gli inni e il passaggio in rassegna del picchetto d’onore. Nel vento fresco del Carso garriscono le bandiere italiana, slovena ed europea: le stesse che si ritroveranno presso i due monumenti.

Tutto avviene senza pubblico e con la presenza della stampa ridotta al minimo. In entrambi i luoghi della memoria, i presidenti assistono tenendosi per mano alla deposizione di una corona e chinano la testa. Accade alla Foiba, simbolo dell’uccisione fra 1943 e 1945 di alcune migliaia di italiani da parte di un potere rivoluzionario che fondeva stalinismo e nazionalismo jugoslavo: Pahor omaggia i morti come da anni chiede la destra italiana, anche se nei discorsi successivi evita di riferirsi ai quaranta giorni di occupazione e all’uso politico della violenza, nel tentativo di parare il colpo della parte di opinione pubblica slovena che considera il passo un cedimento al fascismo. Più netto invece Mattarella, poco incline a farsi influenzare dalle proteste di un pezzo della destra più o meno estrema, se l’anno scorso fu l’ex presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani a salutare alla fine dell’intervento in Foiba l’Istria e la Dalmazia «italiane», innescando una crisi diplomatica.

Lo stesso rito civile Mattarella e Pahor lo ripetono davanti alla stele che ricorda gli antifascisti Bidovec, Miloš, Marušič e Valencič. Terroristi per la destra, primi martiri della resistenza per gli sloveni, fucilati ottant’anni fa dopo aver compiuto attentati dinamitardi negli anni della snazionalizzazione operata dal regime, a suon di scuole chiuse, cognomi italianizzati, soppressione di quel tessuto economico e associativo di cui il Narodni dom era stato simbolo da sradicare.

I presidenti si muovono per mano attraverso una storia tortuosa e l’importanza del passo non cancellerà di colpo le memorie divise di un’area di frontiera, che fu laboratorio del peggio del Novecento, con le sue ideologie totalitarie e i suoi irredentismi polarizzati dalla violenza perpetrata a danno del gruppo nazionale rivale. Ma i tempi sono maturi, se tutto avviene con il centrodestra – per anni non tenero con gli sloveni – alla guida di Comune e Regione. Sarà il futuro a dire se il 13 luglio 2020 avrà segnato una pacificazione reale e se questa giornata simbolica avrà la forza di trascinare fuori dal passato il dibattito nevrotico sulla storia, che a Trieste viene ormai alimentato da minoranze rumorose, che agitano il dolore per ricavarne un dividendo politico sempre meno proficuo. 


 

Video del giorno

Trieste, tra mosaici e boiserie: ecco il nuovo bar illy Ponterosso a Palazzo Berlam

Estratto di mela, sedano, cetriolo e lime

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi