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Boris Pahor: "Ero là quando il Balkan bruciava, ci sarò quando verrà restituito. Missione compiuta"

Lo scrittore triestino della minoranza slovena parla della storica giornata di domani al Corriere della Sera: "L'onorificenza italiana? Mi ha commosso"

TRIESTE «Avevo sette anni quando vidi bruciare il Narodni Dom, per mano dei fascisti. Domani, quando la Casa della Cultura verrà riconsegnata agli sloveni, io ci sarò. Missione compiuta». A dirlo - in un'intervista al Corriere della Sera - è Boris Pahor (107 anni il prossimo 26 agosto), scrittore sloveno di Trieste e ultimo testimone dell'incendio della Casa del Popolo, del 13 luglio 1920.

Pahor confessa al quotidiano che la sua accettazione dell'onorificenza «non era scontata. Con il presidente Pahor, per dire, c'erano state alcune divergenze. Poi ho saputo che l'onorificenza è nata da una proposta dell'Unione slovena, il partito che tutela le minoranze del Friuli Venezia Giulia. Con l'appoggio del mio popolo non potevo che dire di sì».

Invece per lo scrittore il riconoscimento italiano è stato «una sorpresa. Per me molto importante. Mi sono commosso». Pahor ha raccontato di aver inviato una lettera al presidente Mattarella sul tema dei morti delle foibe. «Egli si rammaricava, citando le legge del 2004, per l'assenza di riferimenti al male provocato dal fascismo durante l'occupazione italiana in Slovenia. Nessuna risposta, ci rimasi male. Ora ho saputo che Mattarella non solo l'aveva letta, ma poi ha approfondito i miei scritti».

Pahor ha annunciato che dedicherà le due onorificenza «a tutti i morti di cui ho parlato e scritto. Alle vittime innocenti di guerre e persecuzioni. Al musicista Lojze Bratu, costretto a bere olio di macchina per aver diretto in sloveno i canti di Natale, nel 1936. Ai condannati a morte del Tribunale speciale del 1930 e del 1941, agli ostaggi fucilati...».

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