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Serbia, la rabbia in piazza tra scontri, feriti e arresti

Seconda serata di proteste antigovernative dopo l’annuncio di nuove restrizioni. Dalla Bosnia alla Romania, salgono i casi di positività nei Paesi dell’area

BELGRADO. Non solo coronavirus, con livelli di contagi e decessi alle stelle. Ma anche caos in piazza. È sempre più grave la situazione in Serbia (+357 contagi, 11 decessi ieri), dove da due giorni si registrano massicce proteste antigovernative e gravi incidenti tra dimostranti e polizia. Tutto è iniziato martedì, dopo un discorso in cui il presidente Aleksandar Vučić aveva evocato l’arrivo di un nuovo coprifuoco – ieri ha suggerito una marcia indietro - dopo il totale allentamento delle restrizioni voluto dalle autorità prima delle elezioni del 21 giugno, seguito dalla ripresa dei contagi. Discorso che ha fatto arrabbiare moltissimi serbi, già innervositi dalle discussioni sulla credibilità dei numeri ufficiali relativi al virus e dalla gestione dell’emergenza nelle ultime settimane, in un Paese passato da un duro lockdown al totale rilassamento delle misure restrittive, in vista del voto.

La reazione della piazza – in gran parte giovani – è stata rabbiosa e all’apparenza spontanea, sia tra martedì e mercoledì notte, sia ieri sera. Nel primo giorno di proteste, limitate a Belgrado, si sono registrati una quarantina di feriti e venti arresti – con forti critiche contro la mano dura delle forze dell’ordine - oltre a un tentato assalto al Parlamento, scontri e incidenti. Ieri sera, scene speculari – ma con moltissima polizia in più sul terreno e tensione ancora più alta, che fa temere un’escalation nei prossimi giorni - con manifestazioni iniziate pacificamente, seguite da nuovi scontri a Nis e a Novi Sad ma soprattutto nella capitale. A Belgrado, dalle 20.30, lanci di sassi e fumogeni contro il Parlamento e la polizia: gendarmeria e forze dell’ordine hanno risposto con dure cariche, massiccio lancio di lacrimogeni e l’intervento di reparti a cavallo e blindati. Tra i dimostranti, come martedì sera, anche sostenitori della destra, nazionalisti, studenti, giovanissimi, oppositori del governo e di Vučić di diverso indirizzo politico, persone contrarie a un accordo sul Kosovo, gente che vuoele un nuovo comitato di crisi non compromesso col potere: un pot-pourri senza controllo e apparentemente senza guida.


Prima dei nuovi incidenti di ieri, Vučić si era nuovamente rivolto alla nazione in un discorso in Tv, definendo le proteste la «violenza politica più brutale degli ultimi anni». E ha persino evocato il coinvolgimento di servizi stranieri nei disordini, parole che certo non hanno addolcito una piazza la cui rabbia non accenna a rientrare, ma cresce giorno dopo giorno. Anche ieri ci sono stati feriti, impossibile fare però un bilancio.

La situazione contagi resta preoccupante anche in Croazia. Ieri le autorità di Zagabria hanno comunicato che nelle ultime 24 ore sono stati 53 i nuovi positivi, un dato alto ma in linea con quello registrato negli ultimi giorni. Il bollettino quotidiano dei contagi in Slovenia parla invece di 24 nuovi positivi e di 14 pazienti ricoverati, nessuno in terapia intensiva. Grave lo scenario in Bosnia-Erzegovina, dove ieri i nuovi contagi sono saliti a 248 e in Macedonia del Nord (+162, otto i morti). Male anche Albania (+68, due nuovi decessi) e Montenegro (+53). E preoccupa sempre più il quadro in Romania (ieri 555 positivi rilevati e 18 morti). —

st.g.. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

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