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Prodi: Via della Seta, l’Europa deve agire

Per l’ex premier «è l’ora di sfruttare le opportunità in rapporto più paritario con la Cina, ma serve una strategia condivisa»

TRIESTE Il momento è propizio affinché l’Europa possa sfruttare le opportunità create dalla Via della Seta rendendo più paritario il rapporto con la Cina; ma per farlo necessita di una strategia attiva e condivisa dai Paesi che la costituiscono. Lo pensa l'ex presidente del Consiglio nonché della Commissione europea, Romano Prodi, intervenuto ieri mattina alla conferenza organizzata via web dal titolo “Belt and Road Initiative” (Bri), promossa nell'ambito del progetto Prin da Alma Mater Studiorum - Università di Bologna e dalle Università di Genova, dell'Insubria e di Trieste, città questa il cui porto è coinvolto nel Memorandum siglato un anno e mezzo fa, ma rimasto congelato.

In apertura del suo intervento, Prodi ha ricordato che la Via della Seta è stata inizialmente lanciata come un progetto sulle infrastrutture e i trasporti, per poi manifestarsi sempre più come un progetto politico, fino ad allargare il suo raggio d’azione e comprendere anche l’Africa e l’Asia, divenendo una sorta di proposta di politica estera della Cina. «Il problema» sta nel fatto che «è stata lanciata alla fine della “luna di miele” fra la Cina e l'occidente – ha spiegato Prodi - e da allora la situazione è andata peggiorando. In Europa ha posto freno alle crescenti tensioni con la Cina – ha aggiunto -, però alla fine non è stata una via a due terminali, perché quello europeo è ancora molto modesto». Al momento ciò che è stato prodotto è insomma un «piano di investimenti fortissimi, ma con ricadute filo-cinesi».


Un altro errore commesso, sempre secondo l’ex premier, è stato quello cinese di istituzionalizzare un rapporto a parte con l’Europa dell’Est, producendo in questo modo profondi malumori nel resto del continente e in particolare nella Germania, Francia e Spagna. A proposito dell’Italia, invece, Prodi ritiene che essa rappresenti il terminale marittimo naturale della Bri, anche per la sua vicinanza ai grandi mercati del Nord. Eppure, ha aggiunto l'ex presidente, il Paese non ha saputo gestire al meglio le potenzialità dei porti di Taranto e di Gioia Tauro e sfruttare quelle degli scali del Nord. «L’Italia si era mossa inizialmente bene – ha commentato -, ma poi si è addormentata».

Secondo Prodi, infatti, da tempo si sarebbero dovute istituire due Autorità portuali: una del Tirreno - con Livorno, Genova, La Spezia e Savona - e una dell'Adriatico - con Ravenna, Venezia, Trieste e Monfalcone - in modo da «realizzare così un arco di arrivo sufficientemente robusto per diventare una calamita dei traffici Europa-Cina», un arco che si estende a comprendere la francese Marsiglia da una parte, e Fiume e Capodistria dall’altra.

Tornando all'Europa, Prodi ritiene che essa debba sapersi mantenere politicamente in equilibrio tra le due superpotenze mondiali, i cui rapporti sono in uno stato di crescente tensione. «Qualsiasi sarà l'esito delle elezioni americane – ha affermato -, le tensioni fra Stati Uniti e Cina continueranno e penso che l'Europa debba e abbia interesse a portare avanti con serietà l'Alleanza Atlantica. Ma qualsiasi rottura con la Cina è un’autentica follia, perché ormai per noi l'Est è economicamente importante come l'Ovest». L'interesse europeo sarebbe quindi quello di lavorare sulla Via della Seta in un momento in cui la Cina necessita di operare riforme e cambiamenti, affinché il traffico commerciale possa andare avanti in modo più paritario. «L'Europa e l'Italia devono muoversi, perché le occasioni ci sono e questo è il momento di fare proposte. Dobbiamo avere una strategia attiva e unitaria nella Via della Seta», ha sottolineato Prodi.

Infine, da parte del professore è arrivata una riflessione in merito agli effetti dell’esplosione della pandemia di Covid-19: «Non andremo più verso la globalizzazione, seppure essa non sia finita perché gli interessi e i rapporti tra i Paesi del mondo sono troppo intrecciati».

Invece, secondo il professore, si verificherà nel commercio mondiale il cosiddetto “effetto mascherina”: ognuna delle tre grandi regioni (Usa, Europa e Cina) opterà cioè per una strategia di produzione al suo interno, poiché in questo momento nessuno considera più garantito il flusso dei commerci. —


 

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