Una dopo l'altra falliscono le app per tracciare il virus

Difficile capire in questa fase se questo grande insuccesso sia legato allo scetticismo sull’efficacia della tecnologia, alla scarsa responsabilità sociale o alla paura che i dati possano essere divulgati

TRIESTE Uno degli inaspettati fallimenti di questo periodo di uscita dall’epidemia è quello delle app che dovrebbero tracciare i contatti e permettere di monitorare gli eventuali focolai. Il problema che Immuni sta avendo in Italia non è unico: ben 35 Paesi hanno sviluppato delle app per la tracciatura, ma in nessun caso queste sono decollate, almeno finora.

I nomi di queste app sono spesso suggestivi: CovidSafe in Australia, Stopp Corona in Austria, BeAware nel Bahrain, StopCovid in Francia, CoronaWarn in Germania, CovidRadar in Messico, Immuni appunto da noi. Sono sostanzialmente 3 i sistemi tecnologici su cui queste app si basano. Uno utilizza i dati del Gps o delle torri cellulari per tracciare i movimenti del telefonini e riconoscere altri telefonini che hanno passato del tempo vicino. Il secondo utilizza un metodo per la tracciatura di prossimità, in cui i cellulari si scambiano informazioni criptate attraverso il bluetooth. Questo è semplice da anonimizzare e meno centralizzato della tracciatura per localizzazione. La variante meno intrusiva è il cosiddetto DP-3T, protocollo in cui i contatti di ciascun cellulare sono conservati solo localmente, in modo che nessuna autorità centrale sia grado sapere chi è stato esposto. Infine, il terzo modo nasce da un’intesa tra Apple e Google e si basa sempre su bluetooth, ma utilizzando un protocollo per cui i telefonini con iOS o Android comunicano gli uni con gli altri; entrambe le aziende pianificano di inserire questi protocolli direttamente nelle future versioni dei propri sistemi operativi.



Ma non sono bastati né la tecnologia avanzata né i nomi evocativi per decretare il successo di queste app: una dopo l’altra sono più o meno tutte risultate fallimentari. Secondo il Mit Technology Review, persino in Islanda, un Paese che si fa vanto di una cittadinanza informata e responsabile, solo il 38% delle persone ha scaricato l’app. A Singapore il numero è il 25%, in Australia il 21% a in Israele il 17%. Nelle altre parti del mondo (Italia inclusa) sotto il 10%, e spesso anche sotto l’1%. Perché siano efficaci per la tracciatura dei casi e il controllo epidemiologico, queste app devono essere attive in almeno il 60-80% della popolazione. Siamo quindi ben lontani.

Difficile capire in questa fase se questo grande insuccesso sia legato allo scetticismo sull’efficacia della tecnologia, alla scarsa responsabilità sociale o alla paura che i dati possano essere divulgati. Fosse quest’ultimo il reale motivo, sarebbe decisamente sorprendente, visto che la maggior parte delle persone consente quotidianamente a cellulari, social network e browser internet di intrudere in maniera invasiva nella propria sfera personale. –

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