Il caldo frena il Covid-19: lo prova uno studio (anche triestino)

Davide Zella (al centro) con Robert Gallo, il pioniere delle ricerche sull'Hiv, e Francesca Benedetti dell'Università del Maryland.

Un team di ricercatori (anche del Sincrotrone triestino) conferma: la prevenzione funziona meglio con temperature elevate

TRIESTE Come per altri virus già noti anche il Covid-19, a parità di misure di contenimento, miete meno vittime quando le temperature medie giornaliere sono elevate.

È la conclusione cui sono giunti i ricercatori dell’Institute Of Human Virology della Scuola di Medicina dell’Università del Maryland in uno studio realizzato in collaborazione con scienziati del Campus Biomedico di Roma, della startup triestina Ulisse Biomed e di Elettra Sincrotrone Trieste.


La ricerca, pubblicata sul Journal of Translational Medicine, suggerisce che le misure di distanziamento sociale abbiano maggior successo nel ridurre i tassi di mortalità da Covid-19 in presenza di temperature medie più elevate. Confrontando i dati relativi ai mesi di marzo e aprile 2020 in 25 regioni in Europa e negli Stati Uniti, i ricercatori hanno infatti osservato che a marzo, quando le temperature erano uniformi e, Italia a parte, non erano ancora state messe in pratica misure stringenti di contenimento, non vi era alcuna differenza nel numero di decessi correlati al nuovo Coronavirus, mentre ad aprile, quando è stato implementato il lockdown, c’è stata una correlazione statisticamente significativa tra le alte temperature mensili medie e la riduzione del numero di morti per milione di persone.

Attività di laboratorio per il vaccino


«Questo è uno tra gli studi che tentano di comprendere come i fattori climatici influenzino lo sviluppo della trasmissione virale del Covid-19 - spiega Davide Zella, noto microbiologo dell’Institute Of Human Virology e tra gli autori dello studio -. Oltre all’efficacia delle misure di contenimento infatti ci sono altre variabili che entrano in gioco nel favorire o meno la diffusione del Covid-19. L’abbiamo già visto con altri virus respiratori: quando le temperature si alzano tendono a diminuire le persone infettate, probabilmente perché vi è un contatto minore tra le persone e le goccioline di saliva che fanno da veicolo di trasmissione del virus si seccano più rapidamente».

Dati come questi, sottolinea Zella, potrebbero aiutare a determinare alcune variabili necessarie per adattare le misure di blocco alle diverse aree geografiche, nonché a prevedere le regioni a maggior rischio d’epidemia da Covid-19.

Tra queste variabili, ha verificato lo studio, c’è anche quella legata alla densità demografica: «Dal nostro studio pare che al di sopra di una certa densità di popolazione gli effetti delle misure di contenimento si riducano. Anche per questo la macroregione romana non può essere trattata come la Sicilia, per esempio».

Sul discorso legato a una presunta minore aggressività del virus invece Zella preferisce andarci cauto: «Anche se una correlazione è logicamente possibile, per capire se veramente le mutazioni genetiche del virus abbiano comportato anche un suo cambiamento funzionale, nel senso di una minore contagiosità e letalità, ci vorrà ancora molto tempo».

Quanto al tema della contagiosità degli asintomatici, bisogna intendersi sulle definizioni: «C’è chi non ha mai avuto sintomi: è difficile da individuare e in alcuni casi può trasmettere il virus.

Ci sono i presintomatici, che sviluppano sintomi a distanza di qualche giorno, e possono certamente trasmettere il virus. E ci sono i postsintomatici, che hanno sviluppato gli anticorpi dopo aver contratto il virus e non sono più sintomatici: in questi individui il virus è stato isolato in pochissimi casi, perciò s’ipotizza che raramente siano infettivi», conclude lo scienziato. —

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