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Coronavirus, la Grecia chiude le porte ai turisti di Belgrado

La decisione, presa alla luce dell’aumento dei casi, resta in vigore per ora fino al 15 luglio. Sale l’emergenza in Kosovo, istituito un nuovo coprifuoco

BELGRADO. Porte chiuse ai turisti stranieri più fedeli e tradizionalmente numerosi, ossia quei serbi che ogni anno – e avevano iniziato a farlo anche in questo 2020, dopo la riapertura dei confini greci - affollano spiagge, B&B e ristoranti portando moneta sonante nelle tasche di Atene e dando respiro al suo sistema economico. È la decisione – obbligata a causa dell’aumento di casi di coronavirus tra Belgrado e Nis – presa dalle autorità di Atene nei confronti dei cittadini con passaporto serbo che da ieri non possono più varcare la frontiera terrestre con la Grecia per andare nelle località turistiche sulle sponde dell’Egeo, in testa la penisola Calcidica, a Est di Salonicco. Una mossa inevitabile, si è giustificata Atene: «Il governo, in cooperazione con gli esperti, monitora da vicino e continuerà a farlo la situazione epidemiologica in Europa e nel resto del mondo», ha spiegato una portavoce dell’esecutivo ellenico, Aristotleia Peloni.



La situazione in Serbia appare effettivamente ancora seria, con un numero di nuovi casi che anche ieri è stato elevato (+289 per un totale di 16.420), come pure quello dei decessi (+6, per un totale di 317 morti per Covid-19 dall’inizio dell’epidemia). «La Grecia chiude i confini a causa della situazione epidemiologica in Serbia e per il fatto che alcuni turisti serbi» che villeggiavano sul mare ellenico «sono risultati positivi al coronavirus», ha confermato il ministro del Commercio serbo, Rasim Ljajić.

«La decisione», che resterà in vigore almeno fino al 15 luglio, «sarà periodicamente rivista» dalle autorità greche, che «ovviamente hanno tutto l’interesse nel vedere arrivare turisti stranieri», ha puntualizzato il ministro degli Esteri serbo, Ivica Dačić. Ma ci sono ancora escamotage legali per andare ad abbronzarsi sulle spiagge greche. Da quanto è emerso ieri, i serbi possono entrare in Grecia per via aerea, atterrando ad Atene, dove vengono sottoposti a tampone all’aeroporto.



Ma non è solo la situazione epidemiologica in Serbia a preoccupare. È infatti sempre più drammatica anche in Kosovo, dove da venerdì scorso sono stati quasi 450 i nuovi casi di positività al virus. A fare impressione è però soprattutto il numero dei decessi, almeno 20 da giovedì, di cui 5 – stando ai media locali – per malfunzionamenti dei respiratori. A Pristina, oltre a un nuovo coprifuoco, le autorità locali hanno promesso un potenziamento degli ospedali, dello staff medico e infermieristico e l’acquisto di più tamponi – pochissimi quelli al momento disponibili - per far fronte alla nuova emergenza. Emergenza che non si affievolisce ancora in Macedonia del Nord, dove ieri tuttavia si è registrato un rallentamento della crescita dei nuovi contagi (+78 rispetto agli oltre 120-170 degli ultimi giorni).

Qualche segnale confortante arriva anche dalla Bosnia-Erzegovina, che il 2 luglio aveva registrato il più alto numero di contagi da inizio epidemia (182), mentre ieri ce ne sono stati “solo” 62 (e 5 decessi). Continua invece a crescere in maniera costante il numero dei positivi in Montenegro (+61 domenica, con il record di sempre, +60 invece ieri). Non buona neppure la situazione in Albania (con +71 contagi, tre i decessi). —

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