Contenuto riservato agli abbonati

Oltre 300 anni in tre: Maria, Lina e Maria hanno sconfitto il virus e vinto la solitudine

Le anziane ospiti della casa di riposo Ad Maiores di Trieste si sono ammalate ma sono riuscite a battere l’epidemia 

TRIESTE Hanno vissuto un secolo e sono riuscite anche a sconfiggere il Covid-19, un virus in grado di mettere in ginocchio tutto il mondo. Si chiamano Maria, Lina e Maria, tre donne per un totale di oltre 300 anni, ospiti della casa di riposo Ad Maiores di corso Italia. A raccontare la loro avventura è Luca Maschietto, medico dell’Usca, il pool messo in piedi da Asugi a inizio aprile a supporto delle strutture residenziali per anziani. La “nonna” di tutte è Maria, 107 candeline da spegnere il 14 ottobre. Una vita trascorsa a Trieste, dove è arrivata da Rodi nel 1943. Il trasferimento è stato dettato dalle necessità professionali del marito, che lavorava nella Marina militare. Tra i tanti racconti fatti al personale Usca anche quello di una foto: «Mi ha parlato spesso di quello scatto che aveva fatto innamorare tutta la città - spiega Maschietto -, e del resto a vederla anche oggi è facile immaginare come da giovane fosse una donna molto bella».

Nell’emergenza Covid è emerso a più riprese il tema della solitudine dei contagiati. I pazienti intubati e sedati nelle terapie intensive, gli ospiti delle case di riposo isolati nelle camere e il personale - dai medici agli addetti alle pulizie - costretto a girare bardato dai dispositivi di protezione individuale. Gli anziani, anche quelli in buone condizioni di salute, hanno la necessità di vivere una routine, e di poter interagire con le persone. Devono avere stimoli costanti. Maria ad esempio chiedeva sempre al personale di togliere la mascherina per poter riconoscere i volti e associarli alle voci. Una delle sue compagne di stanza, anche lei di nome Maria e nata nel 1926, in questi mesi non vedeva l’ora invece di tornare nella sua stanza abituale. Non che la convivenza tra le centenarie fosse fastidiosa, «anzi, però la stanza di un anziano in una casa di riposo diventa la sua casa. È giusto spostarli solo in situazioni estremamente gravi», spiega Maschietto.


Lina ha invece 100 anni, compiuti il 2 maggio durante il lockdown. Oggi non è al meglio della forma, non per colpa del Covid. Un’altra Maria, nata nel 1921, dorme nella stanza vicina e ogni volta attende seduta sul letto il personale. Nonostante l’età non si è fatta mancare il passatempo preferito: le parole crociate. «L’età media è molto elevata - spiega Maschietto -, per questo le interazioni sono poche. Il virus è stato affrontato con serenità. Lina è quella che ha avuto i sintomi più forti legati al raffreddore. Tutte e tre hanno però affrontato questa sfida con una ricerca di tranquillità. Appena arrivati in struttura, come personale Usca, abbiamo lavorato no stop creando percorsi e camere Covid, considerato che su 50 ospiti la metà era risultata positiva al tampone». La maggior parte degli ospiti è riuscita ad affrontare il Covid, purtroppo però non tutti i casi hanno avuto un lieto fine. Il virus ha ucciso e colpito soprattutto la generazione dei nonni, ospitati nelle case di riposo, in ospedale o a casa. Quasi duecento vite spezzate dalla pandemia a Trieste con dramma che si aggiunge a dramma: la solitudine. «La parte più difficile è stata quella del rapporto umano, i Dpi hanno sicuramente complicato il tutto, così come la mancanza delle routine con lo stop all’attività dei fisioterapisti e degli animatori. Abbiamo cercato di fare il possibile per rendere più leggero il contesto, fermandoci a parlare e a condividere dei commenti con queste che oggi considero un po’ le mie nonne pur dovendo mantenere il distacco che la professione impone», conclude il medico. —

© RIPRODUZIONE RISERVATA
 

Video del giorno

Pedofilia, arrestato 52enne di Gorizia: il video della polizia

Estratto di mela, sedano, cetriolo e lime

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi