A bocca aperta davanti alle “rime buccali”

Perché il ministero ficca una simile espressione in un testo il cui scopo principale è farsi capire bene da tutti gli addetti della scuola italiana? Voluta o scappata di mano, non saprei: comunque mi pare palese che se adoperiamo la parola “rima” in un’accezione del tutto insolita, lo facciamo proprio perché l’interlocutore si senta inadeguato.

TRIESTE Dopo che è comparsa nelle Linee guida per la ripresa della scuola a settembre, l’espressione “rima buccale” è rimbalzata un po’ ovunque, destando perplessità e anche commenti ironici. Vediamo allora il testo: «Il distanziamento fisico (inteso come un metro tra le rime buccali degli alunni) rimane un punto di primaria importanza». È un mix tra linguaggio burocratico e linguaggio scientifico, ricavato dal verbale del Comitato tecnico-scientifico.



Ecco un commento ironico: la maestra esclama: «Silenzio! Chiudete le rime buccali!». La reazione di perplessità è scontata: «Che bisogno c’era di esprimersi così? Non bastava dire “bocche” per comunicare in modo chiaro?». Non manca, però, chi ci fa osservare che non è la stessa cosa e che, per essere precisi, dobbiamo usare proprio “rime buccali”.

Cerchiamo di capire. Non faccio testo, ma quanto a me non ho subito compreso e sono andato a cercare sulla Treccani, scoprendo che rima è un’espressione tardolatina adoperata in medicina con il significato di “fessura” e che rima oris o “fessura del viso” sta in questo caso a indicare la fenditura della bocca, appunto la rima buccale. Ci siamo, fermiamoci qui.

Non chiedetemi quale sia la differenza tra rima buccale e bocca. Ho insegnato per più di quarant’anni filosofia, mi piace il latino, non disprezzo il mondo scientifico, e allora mi domando: ma quanti insegnanti che hanno già letto o leggeranno le Linee guida saranno in grado di afferrare la peculiarità di questo punto? Trieste è una città di persone colte e curiose: quanti dei lettori del Piccolo conoscono il significato medico di “rima”? Ma c’è una domanda più preoccupante: perché il ministero ficca una simile espressione in un testo il cui scopo principale è farsi capire bene da tutti gli addetti della scuola italiana?

Sembra piuttosto adatto a coloro che preparano i quiz tv, col trabocchetto della parola “rima” che ciascuno associa immediatamente alla poesia (e al “ritmo” della metrica). In fondo, è una questione di metrica, no? Qualche giornalista, inoltre, nel riportare la curiosa espressione, deve essersi chiesto: passi per l’inedita “rima”, ma perché questo sgraziato “buccale”? Così, nella sua cronaca, lo ha ammansito in un bel “boccale”.

Possiamo girarla come vogliamo ma qui non ci troviamo proprio nell’ambito del “prendersi cura delle parole”: un ambito verso cui siamo in molti oggi a rivolgere l’attenzione cercando innanzi tutto di venire a capo di questo “prendersi cura”, laddove pochi – in realtà – sembrano interessati. La scuola dovrebbe assumersi simile compito e farne una bandiera didattica. Perché ciò possa avvenire, dovremmo divincolarci dalla stretta della propaganda politica e dalla fretta di arrivare subito ai contenuti bypassando le forme, cioè appunto l’uso della lingua. Forse i buoni spot pubblicitari potrebbero servirci, ma ormai li guardiamo con disattenzione.

Così arriviamo disarmati di fronte a dispositivi importanti, scritti in burocratese oppure, come quello di cui sto parlando, in un impasto tra la lingua grigia dei funzionari e il gergo specialistico degli esperti. Non saprei dire se è più una lingua che non riesce a comunicare o una lingua che non vuole farlo perché ha di mira soltanto il dispositivo, ovvero una semplice trasmissione di norme.

Vorrei, comunque, osservare che nei giorni dell’emergenza pandemica qualcosa s’era mosso, spingendo i virologi a una sorta di confronto linguistico in cui la varietà delle posizioni rendeva necessario lo scendere un poco dal piedistallo del discorso cifrato per avvicinarsi alla gente, prendendosi cura delle parole utilizzate pubblicamente. Ma forse si trattava solo di un mio desiderio. Se, infine, rivolgiamo attenzione al latino, non vorrei che le mie parole invitassero a credere che il ricorso a questa lingua non più viva sia sempre un espediente per intimidire il lettore.

Nel caso della rima buccale è difficile pensare che l’espressione sia stata usata allo scopo di prendersi cura delle parole e suggerire al lettore delle Linee guida per la scuola di fare altrettanto. Ci vedo soprattutto una tecnica abituale giocata sul distanziamento tra un livello alto e uno basso, tra chi sa e chi non sa. Voluta o scappata di mano, non saprei: comunque mi pare palese che se adoperiamo la parola “rima” in un’accezione del tutto insolita, lo facciamo proprio perché l’interlocutore si senta inadeguato. Credo anche, però, che il prendersi cura delle parole e l’uso del latino possano in certi casi sposarsi con reciproca soddisfazione, per esempio quando riusciamo a coniugare l’icasticità e l’incisività di parole ed espressioni latine con la nostra prosa, spesso prolissa e incline alla retorica. O quando riusciamo a realizzare un effetto di straniamento (come ci insegnava Bertolt Brecht), utile, anzi vitale per una comprensione critica.

Sono solo degli spunti, per far notare che non è certo ciò che la parola-quiz rima ci spinge a fare in questo caso. –

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