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Addio all’agente segreto Sergio Cionci: sfidò Tito nella sua Istria occupata

Morto a 98 anni lo 007 italiano della Guerra fredda, nome in codice Mario Casale, unico indirizzo conosciuto Gorizia 72

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GORIZIA Se n’è andato in silenzio, quasi senza farsi notare. Lui che per lunghi anni durante il delicatissimo secondo dopoguerra, aveva fatto di una presenza discreta, invisibile, una necessità. Quella di un agente segreto. È morto all’età di 98 anni, nella stanza d’ospedale dove da qualche tempo si trovava ricoverato, Sergio Cionci. Istriano d’origine ma goriziano d’adozione che è stato autentico testimone privilegiato degli albori della Guerra fredda. Come racconta anche il titolo del libro (“L’ultimo testimone”, editore Gaspari) che il giornalista della Rai Andrea Romoli scrisse per raccontare la sua storia, quella di un giovane chiamato a osservare per conto dei servizi segreti italiani ciò che accadeva oltreconfine ai tempi del regime di Tito.



Nato a Pola nel 1922, Cionci è stato allievo ufficiale della Regia aeronautica, prima di unirsi alla lotta partigiana nelle formazioni antifasciste in Istria. Ha 24 anni quando, nell’estate del 1946 e dopo la strage di Vergarolla, a Pola – l’ordigno fatto esplodere in spiaggia e la morte di decine di italiani, tra cui molti bambini – Cionci incontra Alberto Aini, tenente colonnello del Servizio segreto militare, che sotto le mentite spoglie di un medico prende i primi contatti con quello che di lì a poco, e fino al 1952, sarebbe diventato l’agente segreto Mario Casale, direttore dell’Ufficio corrispondenti delle Venezie, con unico domicilio quello di una casella postale. La Gorizia 72.

Un po’ alla volta Cionci si è così immerso nei segreti della Jugoslavia titina, gestendo una complessa rete di spie sul territorio e spaziando tra la “sua” Istria, Gorizia – dove assisterà in prima persona alla “domenica delle scope”, il 13 agosto 1950, quando migliaia di goriziani rimasti oltre il confine al momento della sua definizione, in Jugoslavia, lo attraversarono per tornare in città e rifornirsi di tutto ciò che mancava, a partire dalle scope di saggina – e Trieste. Il tutto facendo sfoggio di quel carattere conciliante e quella capacità di dialogo che l’avevano reso il profilo ideale, agli occhi dei servizi segreti italiani, per svolgere un ruolo tanto complicato. Abilità e indole che poi, con il conflitto e le tragedie messe via via alle spalle, hanno contraddistinto Cionci (a quel punto senza più addosso i panni di Mario Casale) anche nella vita quotidiana, come direttore amministrativo di industrie nel Goriziano.

Abitava in via Vittorio Veneto, Cionci, nel borgo di San Rocco dove chi lo conosceva, come il parroco monsignor Ruggero Dipiazza, lo ricorda oggi come «una persona assolutamente amabile e di buon carattere». «Aveva una memoria vivissima, anche adesso che era in avanti con gli anni, e grande personalità – dice il sacerdote –. Da tempo ormai non usciva più di casa, ma ricordo che fino ancora a qualche mese fa, quando andavo a trovarlo per portargli la Comunione, insisteva per alzarsi in piedi, conscio del valore di quel momento». E proprio nella chiesa di San Rocco, venerdì alle 11, si celebreranno i funerali. –

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