Conte: «Su Regeni la verità prima di tutto»

Il premier Giuseppe Conte con il presidente d'Egitto, Abd al Fattah al Sisi, al palazzo presidenziale del Cairo in una immagine del 14 gennaio 2020.

L’audizione del premier alla Commissione parlamentare sulla morte del ricercatore. A luglio vertice tra magistrati

ROMA «Mai, in nessuno dei numerosi colloqui che ho avuto con il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, ho tralasciato di mettere al centro il caso di Giulio Regeni».

A testa bassa per gran parte del suo intervento, il premier Giuseppe Conte risponde alla Commissione parlamentare che indaga sull’assassinio del ricercatore italiano. Più volte, con lentezza, Conte ripete che i rapporti tra i due Paesi non saranno mai integri finché non sarà fatta giustizia, che «questo governo, finché lo presidio, sarà inflessibile finché non vedrà la verità», che «il presidente al Sisi ha dato la sua piena comprensione e la sua disponibilità ma noi chiediamo atti».

Incalzato dai parlamentari coordinati da Erasmo Palazzotto di Leu, il premier argomenta però che il dialogo è uno strumento indispensabile per «insistere sui principi» giacché «le alternative percorse in passato non hanno dato risultati positivi» e una rete di interrelazioni «può rafforzare la nostra capacita di pressione con un partenariato lungimirante ancorché critico». Confrontarsi, dice ancora spiegando che in passato lui stesso avrebbe pensato d’interrompere i rapporti, non è una forma di debolezza e «l’Egitto è uno interlocutori chiave nel quadrante mediterraneo. Cosa abbia risposto al Sisi lo riferirà nella parte riservata della seduta ma garantisce che, per esempio, non ci sarà mai nessuna visita di Stato ufficiale fino alla verità.



La Commissione segna un punto importante, mette nero su bianco che la risposta giudiziaria è fondamentale ma che ne esiste anche una politica non meno importante, al netto dell’importanza di non rompere con l’Egitto, un Paese chiave per molti dossier mediterranei, a partire dalla Libia. «In questi giorni, da più parti, si è levato un coro trasversale per dire che le due cose, la vendita delle armi e la tutela dei diritti, vanno tenute separate, ma è vero il contrario, sono la stessa cosa perché se parli con al Sisi parli con colui che nomina i vertici della magistratura di quel Paese» osserva, da dentro la sala del Refettorio di Palazzo San Macuto, Riccardo Magi di + Europa. Ieri, dalla sua stessa famiglia politica, si è levata la voce dell’ex ministro degli esteri Emma Bonino, convinta che “il caso Regeni” rientri nel “caso Egitto” e che in quanto tale, con migliaia di attivisti in carcere senza processo come Patrick Zaki, avrebbe dovuto essere affrontato a livello europeo per essere più forti.



Mentre Fiumicello continua a tenere alto il vessillo giallo con cui da 4 anni sostiene la lotta degli amici e concittadini Paola e Claudio Regeni, il governo italiano affronta la prova più dura da quando, nell’aprile del 2016, l’allora premier Matteo Renzi, che pure prima dell’assassinio di Regeni aveva progressivamente riaperto all’Egitto, richiamò l’ambasciatore italiano al Cairo. Fu il momento di massimo scontro, poi, in sequenza, vennero le richieste della Procura di Roma a un interlocutore sordo, la tensione alimentata ad arte dal Cairo con la minaccia sottesa di un esodo di migranti dalle coste del Cairo, botta, risposta e assuefazione graduale fin quando, lo scorso anno, una precedente autorizzazione alla vendita di fregate militari scaduta nel 2018, ottenne la riconferma con la commessa da 1,2 miliardi di euro, il via libero amministrativo prima di quello politico della telefonata del sette giugno tra il premier Conte e il presidente al Sisi. Il prossimo appuntamento, a questo punto, è quello del primo luglio, il dodicesimo incontro tra i magistrati romani e quelli egiziani, il secondo con il nuovo procuratore generale Hamada Al Sawi. La speranza di Roma è ottenere qualcosa sulla rogatoria inviata al Cairo nell’aprile del 2019 ma rimasta senza risposta. —


 

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