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Caso Regeni, il premier Conte ne riferisce giovedì in Commissione parlamentare d'inchiesta

Una manifestazone per Giulio Regeni

Al centro dell'audizione i dettagli dell'accordo per la cessione di due navi militari all'Egitto e le modalità con cui il governo italiano intende tornare a fare pressioni affinché si trovino i responsabili sul barbaro assassinio del ricercatore

TRIESTE I dettagli dell'accordo per la cessione di due navi militari all'Egitto, i rapporti commerciali tra i due paesi e i contenuti della telefonata con Al Sisi. Ma soprattutto, le modalità con cui il governo italiano intende tornare a fare pressioni affinché, a quattro anni e mezzo dal barbaro assassinio di Giulio Regeni, il Cairo smetta di prendere in giro l'Italia e consenta alla procura di Roma di processare i presunti responsabili delle torture e dell'omicidio del ricercatore di Fiumicello, i 5 membri dei servizi segreti individuati dagli investigatori italiani del Ros e dello Sco.

Davanti alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla morte di Giulio, il premier Giuseppe Conte affronterà tutte le questioni sul tavolo e tornerà a ribadire che «la cooperazione giudiziaria è una richiesta che il governo fa a gran voce» all'Egitto.

L'audizione del premier in programma giovedì in tarda serata ha però già sollevato le proteste dei parlamentari leghisti in Commissione: «il dramma di Giulio Regeni merita una discussione alla luce del sole, invece la maggioranza accetta di audire il premier col favore delle tenebre - dicono -. Una mancanza di rispetto per la famiglia Regeni, per il Parlamento e per l'opinione pubblica».

«E' una settimana piena di impegni internazionali - risponde direttamente Conte - Per far prima sono stato costretto a ritagliare questo orario».

A chiedere che il presidente del Consiglio riferisse «urgentemente» al Parlamento era stato l'intero ufficio di presidenza della Commissione all'indomani della telefonata tra lo stesso Conte e il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi lo scorso 7 giugno e della notizia, due giorni dopo, del via libera alla vendita delle due fregate Fremm all'Egitto, un affare da 1,2 miliardi per l'Italia che - stando a quanto dichiarato dal ministro degli Esteri Luigi di Maio in Parlamento - non è ancora chiuso.

«L'audizione è preliminare, sotto il profilo politico ed istituzionale, al proseguimento di ogni altra attività d'indagine» disse il presidente della Commissione Erasmo Palazzotto che oggi ringrazia Conte per aver dato una «risposta immediata in un momento così delicato». E a quella di Conte potrebbe seguire un'altra audizione eccellente, quella di Marco Minniti, all'epoca del sequestro sottosegretario con delega ai servizi. L'ha chiesta il sottosegretario grillino alla Difesa Angelo Tofalo sostenendo che la Commissione deve sentire «chi conosce senza dubbio la vicenda, le eventuali responsabilità sottese e tutti gli aspetti ancora poco chiari».

In ogni caso molto presto si saprà se l'azione dell'esecutivo per esigere la collaborazione egiziana ha prodotto risultati. Il 1 luglio ci sarà l'incontro in videoconferenza tra i pm italiani e quelli della procura generale de Il Cairo con al centro le richieste avanzate su alcuni tabulati telefonici e la rogatoria inviata ad aprile 2019 con la quale si chiede all'autorità giudiziaria del Cairo conferme sulla presenza a Nairobi, nell'agosto del 2017, di uno dei cinque indagati a Roma, il maggiore Sharif, che secondo un testimone avrebbe raccontato delle «modalità del sequestro di Giulio» nel corso di un pranzo.

Ma soprattutto, la procura generale del Cairo dovrà dare una risposta alla richiesta inviata da Roma per l'elezione a domicilio dei 5 indagati: un passaggio tecnico che, a seconda della posizione che assumeranno i magistrati egiziani, dirà se finalmente dal Cairo c'è la volontà di collaborare o se, come già successo in questi anni, si continuerà ad alzare un muro a protezione dei presunti assassini di Giulio. In attesa dell'incontro, la tensione tra Italia ed Egitto resta alta anche per l'altro caso che riguarda i due paesi, quello di Patrick George Zaky, lo studente egiziano dell'università di Bologna in carcere da oltre 4 mesi in Egitto con l'accusa di propaganda sovversiva su Facebook. Nei suoi confronti le autorità hanno rinnovato di altre due settimane la custodia cautelare. «Purtroppo c'è stato il rinnovo della detenzione di altri 15 giorni», ha detto la sua legale, Hoda Nasrallah. (ANSA).

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