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Truffe a raffica sul web a Gorizia. Oltre 700 in dodici mesi

I numeri della Polizia postale evidenziano un fenomeno in costante crescita. I social si trasformano da risorsa a insidia. In fumo più di 40 mila euro nel 2019

GORIZIA Da risorsa a insidia. I social network sono parte integrante della vita quotidiana di tante persone le quali, attraverso questi punti di incontro “virtuali”, possono condividere pensieri, immagini e notizie che possono anche afferire alla loro sfera strettamente privata. Proprio questa potenziale invasività dei social fa sì che purtroppo, a volte, essi si trasformino da strumento di convivialità a mezzo per commettere reati, anche odiosi.

E l’Isontino si conferma una volta di più terra di truffe online. Sarà perché la popolazione è, in larga parte, anziana. Sarà perché, da queste parti, la parola “raggiro” non fa parte del vocabolario comune e non c’è la malizia per capire l’imbroglio. Ma qui c’è un’alta concentrazione di frodi, non soltanto a causa delle incursioni dei falsi avvocati provenienti dalla Campania che sono riusciti a turlupinare decine e decine di persone in là con gli anni ma che sono finiti (per fortuna) nel mirino della Polizia di Stato. In provincia di Gorizia, le denunce di frodi informatiche sono cresciute ancora nel 2019, attestandosi a quota 733, con un incremento del 17,7% rispetto all’anno precedente. Nell’arco del 2019, la Polizia postale e delle comunicazioni ha effettuato 352 controlli negli uffici postali e 27 pattugliamenti. Gli accessi abusivi a sistemi informatici accertati (caselle di posta elettronica, account facebook, instagram, paypal o ebay) sono stati 16 accertati, contro i 7 dell’anno precedente. Così come accertate sono state 51 frodi informatiche per un importo di 27.556 euro complessivi. Non meno importante il dato relativo ai raggiri e-commerce accertati: sono stati diciotto complessivamente per un importo totale di 12.536 euro. Ci sono diverse specie di commercio elettronico, a seconda dell’entità del venditore e del compratore, le principali sono queste: business to business (sia il compratore che il venditore sono aziende); business to consumer (il venditore è un’azienda, il compratore un consumatore. In genere l’azienda venditrice allestisce un proprio sito web, o si appoggia ad altri siti, per permettere ai clienti di acquistare direttamente online, abbattendo i costi di esposizione e stoccaggio); consumer to consumer (tanto il venditore quanto il compratore sono consumatori, privati che si mettono in contatto per vedere beni spesso usati). Proprio quest’ultimo tipo di scambi (soprattutto quando si hanno contatti con semplici bacheche dove il venditore pubblica un annuncio e i potenziali compratori lo contattano) è ad alto rischio truffa, da entrambe le parti: succede dunque che talvolta vengano effettuati pagamenti senza poi ricevere il prodotto o, al contrario, che vengano spediti i prodotti senza poi ricevere nessun pagamento.


Le truffe, molte volte, si articolano attraverso l’invio di mail contraffatte con la grafica e i loghi ufficiali di aziende e istituzioni invitando l’utente ad inserire i propri dati personali. Ma c’è anche il temutissimo phishing che può avere come conseguenza il furto del numero di carta di credito o di password, informazioni relative a un account o altre informazioni strettamente personali. —

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