Trieste, «anziani soli e parenti senza risposte travolti dallo tsunami della Primula»

La lettera di una familiare di un ospite della struttura triestina finita sotto sequestro. Le accuse ad Asugi e politica 

TRIESTE Mentre i parenti degli anziani ospiti de La Primula di via Molino a Vento tornano nella struttura per recuperare gli effetti personali dei propri congiunti, la casa di riposo divenuta il peggior focolaio dell’emergenza Covid a Trieste, per gli stessi familiari degli utenti diventa il peggior ricordo. Si punta il dito per questo anche contro Asugi e «l’assenza di comunicazioni e informazioni alle famiglie, con poche e frammentarie notizie». Lo fa in particolare Luciana Mosul, parente di un utente della residenza polifunzionale, trasferito assieme a tutti gli altri in diverse strutture triestine.

La "Primula" focolaio del contagio a Trieste: l'operazione di trasferimento degli ospiti



La Primula, bisogna ricordare, è stata posta sotto sequestro dopo la visita dei Carabinieri del Nas, in seguito alla scoperta che tutti i 36 anziani ospiti risultavano infettati dal Sars-CoV-2 così come alcuni operatori sanitari: quali misure ha preso la struttura per evitare i contagi? Su questo e altri dubbi si basano le indagini della Procura di Trieste, che ha indagato la legale rappresentante Patrizia Malusà e i figli Matteo e Michele Spangaro (rispettivamente di 41 e 36 anni), in qualità di amministratori della Primula.

Ecco allora che con carta e penna Mosul vuole dire ad alta voce che cosa hanno provato il suo parente, ospite appunto de La Primula, e la sua famiglia. La lettera, che Asugi preferisce non commentare, inizia con una premessa e poi continua così: «Ho un parente con serie patologie – spiega Mosul -, ospitato fino ai primi di aprile nella casa di riposo “Primula”, travolto anche lui dalla serie di disastrosi avvenimenti che hanno coinvolto pazienti e personale in quella residenza.

Trovato positivo al Covid, ha intrapreso l’iter che l’ha condotto prima in una casa di cura cittadina e ora in un’altra sistemazione, sempre ovviamente provvisoria. Al di là del giusto riconoscimento della professionalità e della cortesia di chi lo ha assistito nella sua degenza, non posso tacere la mia indignazione per come è stato gestita da Asugi tutta questa vicenda: ci siamo trovati di fronte a una pressoché totale assenza di comunicazioni e informazioni alle famiglie, con poche e frammentarie notizie, che cambiavano a seconda dell’operatore interpellato. Non è stata fornito nessun aggiornamento clinico ai famigliari degli anziani, isolati per settimane dal mondo, senza possibilità di contatto se non sporadiche telefonate (per i più autonomi)».



Mosul sottolinea anche come ci siano state «da ogni parte assenza di risposte e mancanza di chiarezza per gestire questo doloroso tsunami, che ha sconvolto la vita di molti nostri cari». Ma anche la politica, per l’autrice dello scritto, sembra non aver svolto i giusti compiti.

«Dall’altro lato c’è la politica, con i vertici regionali che in questi giorni per bocca del presidente Fedriga si vantano di aver gestito al meglio l’emergenza – sottolinea -, ma che in due mesi hanno offerto uno spettacolo sgradevole fatto di proposte assurde e impraticabili, come la ormai celeberrima nave-lazzaretto, ricusate dalle stesse autorità che le avevano promosse, in un palleggiamento francamente indecoroso di responsabilità. Il tutto sempre nel silenzio assordante dei nostri vecchi, lasciati in parcheggio chissà dove con il loro carico di tristezza e solitudine».

«Forse – conclude - l’incubo che viviamo si appresta alla fine, speriamo, ma questa amara storia, che si svolge nella civilissima Trieste e riguarda centinaia di suoi cittadini che qui hanno trascorso la loro vita, non merita di essere accantonata senza una risposta». —


 

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