Il test sierologico nazionale non decolla: in Fvg sì all’esame dal 29% dei contattati

Finora raggiunti in 4.339 su 7.900: meno di un terzo, 1.257, ha aderito alla campagna. Non basta per l’obiettivo del 78%

TRIESTE Qualcuno non risponde al telefono perché vede un prefisso romano. Qualcun altro sta bene e ha paura di andare a cercare il coronavirus, con il rischio, chissà, di dover interrompere l’attività lavorativa. Qualcuno non trova il tempo. E così, anche in Friuli Venezia Giulia, il test sierologico nazionale per la mappatura del coronavirus sta andando verso un clamoroso flop (mentre le richieste ai laboratori privati sono invece numerose). L’esame serve ad accertare chi è entrato in contatto con il virus e ha sviluppato gli anticorpi al fine di stimare l’estensione dell’infezione nella popolazione e descriverne la frequenza in relazione a età, sesso, regione di appartenenza, attività lavorativa al fine di valutare il tasso di siero-prevalenza. La percentuale di persone che si sono rese disponibili per il prelievo di sangue, a lunedì 1° giugno compreso, è del 29%: 1.257 su 4.339. Meno di una su tre. Troppo poco, dopo una settimana di impegno della Croce Rossa, per poter centrare l’obiettivo di partenza, il 78% fissato come soglia minima per rendere valido il test.

Milena Cisilino, presidente regionale della Cri, aggiorna i numeri. Con i 1.262 cittadini dell’elenco Istat contattati nella sola giornata di lunedì dai 21 operatori della Cri al lavoro nelle centrali operative di Trieste, Palmanova, Udine e Maniago si è saliti a quota 4.339, il 55% del campione di 7.900 residenti individuati dalla società di statistica in 82 comuni del Fvg (150.000 in Italia in 2.015 comuni). In provincia di Trieste (1.502 sorteggiati) le amministrazioni interessate sono il capoluogo, Muggia, Duino Aurisina e San Dorligo della Valle, in provincia di Gorizia (912), oltre al capoluogo, Cormons, Grado, Gradisca, Monfalcone, Ronchi, Sagrado, San Floriano, Staranzano e Turriaco, quindi Udine con 3.451 coinvolti e Pordenone con 2.035. Per arrivare a parlare con 4.339 persone sono state però necessarie oltre 6.500 telefonate. «Accade che l’utente non risponda o chieda di essere richiamato per prendere il tempo di approfondire i motivi della chiamata», spiega Cisilino nel sottolineare come la telefonata bis aumenti non di poco l’impegno dei volontari della Cri, rallentando la progressione verso la copertura del campione. Ma, com’era chiaro sin dall’inizio del progetto, non aiuta che l’utente si veda raggiunto da un prefisso di Roma (06-5510) non immediatamente riconoscibile come campagna sierologica: «Non tutti capiscono subito che si tratta di una chiamata della Croce Rossa e questa è un’indubbia criticità».


Altro passaggio complicato è poi quello di convincere al prelievo. Non più del 29% ha detto sì, ha preso appuntamento in uno dei 21 laboratori individuati e ha partecipato o parteciperà nei prossimi giorni all’indagine sulla presenza di anticorpi al Sars CoV-2. «Una delle migliori percentuali nazionali», dice Cisilino. Ma evidentemente non basta di fronte all’obiettivo del 78%. È un piccolo prelievo di sangue, ma la gente non si fida. «L’incertezza riguarda soprattutto il timore di vedersi bloccato sul lavoro in caso di positività al test – prosegue la presidente della Cri –. Ma c’è anche chi ha la reale paura di sapere di avere incrociato la malattia. Manca in sostanza la comprensione dell’obiettivo finale della ricerca, che è il monitoraggio della diffusione del virus sul nostro territorio e non l’emersione di soggetti sintomatici». Le telefonate, però, non si fermano. «Noi andiamo avanti. Nell’attesa che il ministero concretizzi le ipotesi di prolungamento della campagna di contatto. In ogni caso – assicura Cisilino – riusciremo senz’altro a contattare l’intero campione che ci è stato sottoposto dall’Istat». Da oggi, sempre a carico della Cri, inizieranno inoltre i prelievi domiciliari, attorno al 10% del totale, per raggiungere soggetti fragili o che presentino sintomi riconducibili al Covid-19. —


 

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